Il giorno del Signore. I ricordi di Frate Matteo nella Mazara del Sec. XIV

Stizzi : carìanu un’a’una, / n’atra e n’atra arrè e po’ a fuciuni/. Chi chianti ri celu. Chi lamentu p’ù spirtu malignu/ malu spirtu. Figghiu sò di lu celu, tronu di l’aria/ tintu spirtu, saitta/ e saittava puru a la terra/ la matri sò /la istissa matri terra/ pi niari òmini e furminari lu criatu.
Stizzi chianti ri celu, stizzi senza cunortu…
(“Un cuntu di l’antichi ” )

(Rare gocce e poi effluvio di pioggia come pianto e lamento del cielo, padre di un maligno spirito generato con la madre terra Maligno afflato dell’aria, quel tuono che inviava fulmini a colpire la terra, la sua stessa madre/ e uccideva umani e fulminava il creato.
Lamento del cielo,pioggia, pianto senza conforto….

Dies Domini.” – In domo fratrum fratris Francisci Mazariae

Gocce. Dapprima, poche gocce. Effluvio di pioggia, poi. Come pianto e lamento del cielo.
Oscillavano, tremuli pendenti appena visibili tra il bordo del porticato e i rami scintillanti dei meli nel giardino di frà Tancredi, al finire d’autunno, trasparenti fili di pioggia.
E poi, accenno a vana, minuscola, conca sul tenue manto di acqua, schizzi riflessi come grumi vitrei sulla terra “abbrumata”, al declinare del giorno.
Dies Domini.” Era rimasto a guardare, dal meriggio inoltrato, dalla finestra del passatoio della stanza alta, nella casa dei confrati di Francesco, il portico solitario, e ancora più lontano, oltre le mura, verso i rovi ai confini dei giardini di Ugone.
Pregava. Non più Matteo, non più guerriero, non più bellicoso esecutore d’ efferatezze.
Era stato altro e altro ancora. Il furore della forza, era stato; ottusa volontà di ferocia, debole tempra dell’odio, passione inutile di violenza, assurdo desiderio dell’insidia, e menzogna, e prepotenza, dissipatrice finzione; pure nella cieca questua di un’ignota pace.
Effluvio di pioggia come pianto e lamento del cielo.
E la memoria mai paga in tante fredde notti nemmeno rischiarate dall’alone della luna.
“Gratiam quaesivi, et non inveni” Aveva gridato in tante notti.
Aveva lamentato il vuoto del rancore, il nulla della vendetta, l’inutilità dell’ira.
Non più guidoni al vento o il clamore delle armi o il clancare della ferraglia o il nitrire dei cavalli o i lamenti di feriti, (nessuna pietà, nessun rimorso, per tempo ) o il sangue grumato, sul terreno di morti o le angustie di viventi , appena sospesi ai lacci dei morituri, nella polvere spenta della battaglia, nel campo sotto il cielo dove volavano, in attesa, i corvi a lenti cerchi.
“Gratiam quaesivi”, aveva gridato, tante volte, Matteo. Aveva imparato a leggere, a scrivere, e latino, e teologia, allievo diligente, per anni, di frate Andrea, da dopo la caduta, da quel gennaio dell’anno del Signore 1358.
E poi il tempo e le parole, incomprese dapprima, tramutate nel soffio di una voce amica, fraterna.
Noli esse incredulus”. Voce di quel Gregorio, intravisto la prima volta dalle fessure cruciformi della celata dell’elmo. Ferito, semicosciente, dal fondo del carro.

E poi quel suono di antiche memorie, mutate anch’esse da visi segnati di ricordi a tratti sbiaditi, a tratti sopiti, a tratti smorzati , come all’alba il colore del cielo. Soffio di una voce amica: “Noli esse incredulus”.
Aveva tenuto a battesimo le sue incertezze, raddrizzato i suoi timori, il vescovo Gregorio, e i suoi dubbi, e come olio della lucerna, schiarito il buio della sua anima. Andavano per la Xinea, “ ad Sanctam Crucem” insieme discorrendo per via.

E poi, i dialoghi con il buon vescovo Francesco nella chiesa “di la Santa Cruci” (della Santa Croce, del Crocifisso) nella sua amata Mazara.
E il volto di quel santo uomo immagine presente come evento nella memoria e la sua voce eco rassicurante di un linguaggio benevolo “ fischio nel vento, richiamo come eloquio di un Dio atteso”.
E poi frate “in confirmata fide” “ex Rogiero episcopo mazariensis sanctae Ecclesiae, anno Domini 1371.”
Gratiam quaesivi, gratiam inveni, ob misericordiam Dei”, aveva sussurrato Frate Matteo.
E poi parole, incomprese dapprima, tramutate nel soffio di una voce lontana. E poi quel suono di antiche memorie, mutate anch’esse da visi segnati di ricordi a tratti sbiaditi, a tratti sopiti, a tratti smorzati .
Alzò le mani congiunte come quando le pose sul capo e sul truce viso sfregiato, già da tempo impresso nella sua mente, di uno sciancato, ormai vecchio, questuante nei pressi della porta del duomo, in la platea magna di Mazara.
Aveva 8 anni Matteo quando conobbe quell’uomo. Lo vide dalla timpa di Acbet, a lo “slivancu de la saitta” . Aveva 8 anni, Matteo, orfano di Giacomo, il villano, mentre al “casalottu” la soldataglia del re, di pattuglia alle vie dei casali mazaresi, entrava dalla trazzera del “rampanti”, in quel giorno di giugno del 1330. Armigeri del castello. In due. Alla ricerca di donne.
E poi ignominia, violenza, empietà.
Sguardo della memoria. Steli di grano, tremuli “bùciari” (bùxiari), piegati dal passo degli umani.
E poi quel vento, soffio del cielo, vento che ondeggiava i capelli, ondeggiava le ciocche, scomponeva le pieghe delle vesti.
E non un canto, non uno per quella forma supina, corrucciata, usata come femmina, circoscritta nel campo di grano, spenta del soffio alitato da un qualche ignoto Dio. Sua madre.
E non un canto nel mezzo del giorno, non uno, nè il grido della poiana, sussurro e canto d’estate, e nemmeno un lamento o richiamo d’amore il “ciarmuliari” di “ciauli”, per quel corpo di donna, distesa nella morte che uccide.
(Entrarono nel casale per il sentiero del timpone / i due armigeri a cavallo / sentinelle di ronda con lo sfregiato deciso a far danno/ cercando di sottecchi una donna…)
(Tornarono il giorno dopo gli armigeri/ per il passo a meridione/ alla ricerca di donne/ bloccando quella che usciva dalla grotta).
Alzò le mani congiunte come quando le pose sul capo e sul truce viso sfregiato, (quell’uomo) già impresso nella memoria, di uno sciancato, ormai vecchio, questuante nei pressi della porta del duomo, in la platea magna.
Declinava l’anno 1372.
Spirito del Signore. Un’invocazione non più strana, non più acre, resa da quel sè imperfetto, ormai mondo dal tempo di ruvida violenza. Il perdono, benigno lavacro d’iniquità.

Ascuta lu ciatu di Diu…” Ascolta l’alito del Dio che vive nel profondo di ognuno…
“L’amore di Dio è nobile sapienza, custodisce e giustifica il cuore, dà serenità e gioia e chi ascolta il Signore sarà benedetto” aveva sussurrato il sapiente vescovo Ruggero, in quella notte di Natale del 1371 in la ecclesia magna cathidrale mazariense.
Pioveva.
Stizzi : carìanu un’a’una, n’atra e n’atra arrè e po’ a fuciunìu”.
Effluvio di pioggia come pianto e lamento del cielo.
E il perdono, benigno lavacro d’iniquità, il perdono…

[fonte L’Arco 3/2004 – Nino Gancitano]

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