Nino Sammartano,un intellettuale senza eredi nella nebbia dell’oblio.

Nino Sammartano con Amintore Fanfani

Nino Sammartano con Amintore Fanfani

Fu saggista, editore, insegnante, preside, docente universitario, riformatore scolastico, commissario straordinario dell’Istituto del dramma antico

Probabilmente Nino Sammartano, insigne personaggio mazarese dell’Italia del Novecento (1892-1986), sembra oggi andare incontro ad un destino ingrato, cioè di morire una seconda volta, perché se, com’è risaputo, non si è completamente morti quando si resta nella memoria di chi sopravvive e negli interessi culturali delle generazioni successive, non si registrano purtroppo attorno alla sua figura studi e ricerche di apprezzabile risonanza, nemmeno a livello locale.

Eppure si è in presenza di un autentico intellettuale di vaste e profonde conoscenze letterarie, filosofiche, storiche e politiche, di un protagonista appassionato delle tormentate vicende dell’Italia del periodo compreso tra le due guerre mondiali, di un pubblicista brillante e coraggioso delle controversie culturali e pedagogiche degli ultimi decenni che accompagnarono la sua vigorosa avventura intellettuale.

Non può spiegare la causa dell’oblio, di per sé, quella damnatio memoriae che sempre accompagna gli sconfitti che non cercano alcuna assoluzione salvifica nuotando verso le sponde di opposti schieramenti politici ormai comunque egemoni. C’è, anche, la progressiva perdita di memoria delle nuove generazioni via via vittime dell’appiattimento sul piano della contemporaneità senza bussola promossa ed esaltata insieme dalla società dei consumi effimeri come da una istituzione scolastica spesso senza passato e perciò privo di futuro, ridotta in molti casi ad un fossile denutrito.

E’ verosimile pensare quindi che smarrimento ideale, relativismo etico e deriva empirico-amministrativa attorno all’utile particulare segnino ineluttabilmente la seconda morte di tanti personaggi. Anche e soprattutto in questa città dove ormai l’assenza di una qualsiasi rudimentale egemonia culturale e il rifiuto infastidito di un’autentica dialettica delle idee, non possono che provocare l’oblio di Nino Sammartano (e di tanti altri benemeriti concittadini talvolta penosamente esibiti come manichini avvolti in un acritico alone agiografico senza respiro e senza storia).

Tuttavia sarebbe erroneo e non suscettibile di una comprensione più vasta innalzare un monumento a Nino Sammartano, persona amabilissima per come direttamente in più occasioni ho avuto modo di conoscerlo e per come tanti autorevoli amici di Urbino e di Ferrara (città in cui ho avuto modo di esercitare le funzioni di Provveditore agli studi) me lo hanno rappresentato sul piano umano e culturale.

Sammartano fu certamente figlio del suo tempo, vale a dire di un secolo terribile che produsse tra l’altro, al di là dei propositi iniziali, intollerabili,mostruosi e disumani totalitarismi come fascismo, comunismo e nazismo.
E del fascismo egli subì certamente il fascino perverso sin dall’inizio,disgustato com’era da un rituale democratico inerte, inconcludente ed ipocrita.
Voleva invece, come tanti intellettuali del suo tempo, soprattutto giovani impazienti, una palingenesi antidemocratica radicale sul piano politico, speculare a quella palingenesi antidemocratica di segno opposto propugnata  da altri giovani ugualmente impazienti.

durante una conferenza

durante una conferenza

Si avverte nel Sammartano di quegli anni l’adesione convinta al Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni,scritto e pubblicato da Giovanni Gentile il 21 aprile 1925:era una specie di idea religiosa, capace di distruggere il”vecchio liberalismo” materialista ed individualista (ma Benedetto Croce,occorre ricordarlo, nel suo Manifesto di risposta del 1 maggio 1925 parlò subito di caotica ed inafferrabile religione fascista).
In questo immenso ed anche torbido frastuono numerosi furono i firmatari “crociani” che si convertirono successivamente al fascismo, meno numerosi i sottoscrittori del documento gentiliano che divennero antifascisti, mentre tanti altri, tra simulazione e dissimulazione più o meno onesta, collaborarono col Gentile tollerante della Enciclopedia Italiana.
Oppure, partendo da Gentile, come appunto Sammartano, divennero autorevoli sostenitori di un’altra Riforma scolastica, quella che da Bottai prenderà impulso teorico (almeno a livello cartaceo perché la guerra imminente consentirà nel 1940 soltanto la prima unificazione delle prime tre classi delle scuole secondarie).

Sarebbe sbagliato quindi affrontare una ricerca storica su Nino Sammartano partendo da pregiudiziali di condanna apodittica o di riprovazione moralistica mentre c’è bisogno di capire, ancora oggi,ciò che è vivo e ciò che è morto nel pensiero di chi non c’è più. Magari partendo da una osservazione di F.Gregorovius: “Gli uomini del passato non sono altro che problemi per chi giudica su di loro.
Se già nell’opinione che ci facciamo dei contemporanei a noi noti commettiamo gravissimi errori, tanto più siamo esposti all’errore non appena ci figuriamo la natura di uomini che ci stanno davanti ormai solo come ombre.
Tutte le condizioni della loro vita personale, l’intero intreccio di natura,tempo e circostanze da cui si sono formati, e i segreti più intimi del loro essere si trovano davanti a noi come una serie frammentaria di dati di fatto,partendo dai quali dobbiamo ricostruire un carattere.
Se ci si affida alla legge della casualità, la storia è il tribunale del mondo:ma la storiografia stessa spesso è solamente il tribunale che meno di ogni altro sa. Molti caratteri storici dichiarerebbero una distorsione il ritratto fattone dai libri, e riderebbero del giudizio su di loro formulato”.

Ora francamente è difficile ridurre a sintesi plausibile la ricca biografia intellettuale di Nino Sammartano, saggista, editore, insegnante, preside, docente universitario, riformatore scolastico, commissario straordinario dell’Istituto del dramma antico.
Più idonea appare una giornata di studi, e magari un intervento editoriale a più voci.

Gli esordi di Sammartano, dopo la maturità classica conseguita al Liceo Ximenes (lo stesso istituto di Giovanni Gentile e di Francesco Vivona) e la tesi di laurea a Pisa con Luigi Russo su Emilio De Marchi, evidentemente sono di natura letteraria: è amico di Mario Puccini, collabora alla rivista “Fiammata”, dirige a Pescara “Tempo nostro”, scrive saggi su Lionello Fiume e Giovanni Meli. Ma ben presto aderisce alla rivoluzione fascista, e si occupa a lungo di problematiche politiche (come si può osservare dal repertorio parziale degli scritti che correda questa nota, nella quale mancano tra l’altro gli scritti su “Critica fascista” diretta da Giuseppe Bottai,su “Augustea”, su “La scuola Italiana”, e il saggio su Arnaldo Mussolini).
Appare giusto sottolineare che l’adesione al fascismo nasce anche dal pensiero politico di Francesco de Sanctis, ritenuto interprete di “una democrazia senza astrattezze e fantasticherie”, e critico assai severo delle prime attuazioni del liberalismo in Italia dove c’è “una discordanza tra l’ideale e il reale”, e dove le classi colte ed intelligenti erano venute meno al loro dovere, sino al 1922 allorché si presenta un’uscita di sicurezza con il fascismo destinato a creare l’uomo nuovo. E siamo fascisti,scriverà in seguito,”e perciò antidemocratici, non perché siamo contro il popolo – siamo popolo noi stessi – ma perché nella democrazia vediamo trasformarsi la nostra vita tutta di uomini e di italiani, di popolo e di Stato”.

Accanto a questi interessi politici Sammartano coltiva la dimensione educativa.
Apprezza Gentile, conosciuto a Pisa,e la sua riforma della scuola, che tuttavia interpreta come una sostanziale confluenza dell’istruzione nella sfera propriamente educatica: “scuola e fascismo non sono due organismi che hanno bisogno di innestarsi per vivere e prosperare, sono una cosa sola, risultato omogeneo di una stessa coscienza e di una stessa vita spirituale”.
In questa visione totalitaria della Riforma gli sfugge il senso della rimozione di Gentile dalla Minerva (non ancora Ministero dell’Educazione Nazionale), né si accorge dei pericoli delle richieste populiste di ritocchi, di modifiche, di indulgenze per una completa fascistizzazione della scuola.
Anzi appare propenso a scambiare i suoi desideri con la realtà effettiva. Più tardi scriverà su “Critica fascista” (n. 22 del 1927): “…La scuola fascista si avrà solo quando avremo dato ad essa uomini nuovi. La rivoluzione fascista deve entrare nelle scuole: ancora oggi essa ne rimane sulla soglia”. Dovrà aspettare ancora qualche anno, allorchè prenderà parte da protagonista alla formulazione della Carta della Scuola del 1939 (annota Bottai nel suo diario: “Mussolini, ricevendo Vecchietti e Sammartano della “Scuola italiana”,dice della Carta della scuola: “una riforma che darà lavoro alla scuola per altri trenta anni”. S
Solo allora Gioacchino Borzellino, un provveditore agli studi siciliano in servizio a Ferrara, potrà scrivere: “Il partito entra nella scuola e la scuola nel partito”. Ma ormai è tardi e la guerra s’incarica di distruggere partito, scuola, illusioni.

Sammartano prosegue intanto la sua feconda attività culturale: è nominato insieme a Giovanni Gentile nel Comitato per l’Edizione nazionale delle opere di Giuseppe Pitrè; dirige a Urbino una collana delle edizioni di Armando Argalia (il primo volume,nel 1943,su Italo Balbo,è curato da Giuseppe Bottai). Nel difficile dopoguerra fonda la casa editrice mazarese S.E.S., dirige il periodico “Nuova Rivista Pedagogica,insegna a Urbino, diventa dirigente massimo dell’Istituto del dramma antico, partecipa come candidato alle elezioni politiche nelle liste del Movimento Sociale Italiano.

Una vicenda biografica, come si intuisce, di grande spessore politico e culturale che meriterebbe di essere ripresa e approfondita nelle varie sfaccettature.
Ovviamente con la serenità necessaria per formulare alla fine un equanime giudizio storico.

 

P.S:

Chissà se esistono ancora da qualche parte le corrispondenze con Gentile e Bottai :potrebbero essere utili per la Storia della scuola e,forse,per la storia del fascismo .
Me ne parlò una volta,nel suo castelletto di Mazara, sul far della sera, mentre in lontananza la palla infuocata e deformata del sole veniva inesorabilmente inghiottita, solo per poche ore, dal mare africano, lasciando mille colori in cielo (uno spettacolo della natura che è stato sottratto a chi a quell’ora attraversa il lungomare : a mazara si è riusciti ad uccidere anche il tramonto!).
Conservo tuttavia di quel tardo pomeriggio, di Nino Sammartano e del tramonto di fuoco, un ricordo che ancora non si è appannato.

[fonte L’Arco 3/2005 – Giuseppe Inzerillo]

 

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