«Diu mi scanza li mali pirsuni». Rituali propiziatori nella Mazara antica

Litanie – preghiere – filastrocche, in una concezione panteistica, come mezzo per entrare in sintonia con il divino e forza propulsiva contro le proprie sventure terrene.

Componente essenziale della produzione litanistica mazarese (ed in genere siciliana) è la condizione di annullamento della personalità del popolo nel divino, espressione, in fondo, di una sensibilità acuita che, ritmata dalle costanti difficoltà della vita di ogni giorno, si esemplificherà in un anelito mistico impregnato di superstizione.
É il reale divenire della quotidianità locale a condizionare, in una codificata matrice di rassegnazione e di impotenza, il mito di una sicilianità succube del proprio complesso di inferiorità.
Il dolore: elemento dinamico di un processo di isolamento, dimensione della miseria e artefice di una mancata integrazione in comunità rivolta al sociale. Da qui l’individualismo popolare, ristretto alla cerchia familiare, che un lacerante squilibrio di classe contribuì a perpetuare ed acuire.
E non fu certo l’antagonismo popolare al potere borghese, nè tantomeno la ricerca di autodeterminazione o di valori quanto piuttosto l’innato istinto dell’uomo del popolo, il suo porsi a soddisfare le primitive esigenze di sopravvivenza a gettare le basi e le espressioni della cultura popolare mazarese.
E, in effetti, la Sicilia non era solamente il grido di sfida all’assolutismo ma anche sede di poveri, di oppressi condizionati dal ciclo produttivo delle stagioni, di disoccupati e spesso sottoccupati dignitosi della loro decorosa povertà, del loro essere uomini curvi sotto il peso dei remi o dell’aratro; del loro esprimersi donne, radici di momenti antichi, duri, brutali, dolci, gioiosi, atroci.
Ripetevano: “lè chiuru la porta mia/ cu lu mantu di Maria/ cu li chiavi di San Simuni/ Diu mi scanza li mali pirsuni/ Cu s’accusta a lu mè scaluni/ pozza cariri facci a buccuni” (Chiudo la mia porta / protetta dal manto della Madonna/ con le chiavi di S. Simone (S. Pietro)/ (affinché) Dio mi protegga dalle cattive persone/ Chi si avvicini (per far male)/ possa cadere fulminato), e ancora: “Dintra porta e fora rocca/ veni lu nnimicu e un trova la porta/ cu voli mali a mia un’av’a truvari né porta nè via“. (Questo scongiuro valga) dentro e fuori (la mia) casa/ affinchè il nemico non trovi la porta/ e chi mi vuoi male, nemmeno la strada.)
E ancora: “Reggiti corpu miu/ viri c’ha fari/ ora finèru li spassi e li piaciri/ fermati peri/ un pò cchiù caminari/ a parti dunni ha jutu/ un ci pò jri/ aricchi surdi/ occhiu un taliari/ chiuriti chi vinni l’ura di muriri” (Cerca di reggerti corpo mio/ Finiti gli spassi ed i piaceri/ i piedi non possono andare nei noti luoghi/ È tempo di fermarsi/ Le orecchie sono sorde/ e gli occhi, spenti/ debbono chiudersi perchè è arrivata l’ora di morire/.)
Fu dunque l’espressione spontanea del subconscio ad intonare la trama della precarietà di ogni giorno.
Il popolo mazarese ha celebrato le sue lamentazioni in modo uniforme, con il suo linguaggio irreversibile pregno di atteggiamenti, intonazioni, tematiche, pregiudizi, angosce; ha celebrato i suoi lamenti, le sue grida provocate dalla miseria, dal vuoto della quotidianità con un linguaggio che determina la sua storia e la sua religiosità pur se impregnata di superstizione. “Tri stizza di sangu di Gesù Cristu/ tri fila di capiddri di Maria/ ntrizzati e liati a cu vuli mali a Mia/
(Tre gocce del sangue di Cristo/ tre capelli di Maria/ intrecciati e legati/ per impedire che mi si faccia del male).
Ecco, proprio la tangibile spiritualità del mazarese antico è stata la misura del suo senso di natura.
La Marunnuzza nncammara sirìa/ li robbi a San Giuseppi arripizzava/ pizzuddri vecchi e novi ci mittia/ cu tantu amuri ci l’accummirava” (La madonna, seduta in casa, rammendava con tanto amore i vestiti di S. Giuseppe).
Il popolo mazarese (siciliano) nel suo annullamento col divino, tendeva ad identificare Dio e i santi come corali partecipanti del suo gruppo di sentimenti, di angustie, di avvilimenti e nei contempo come figure sovrumane capaci di intervenire nella storia dei singolo.
Lu vava na la naca chi chiancia/ l’ancilu Gabrieli l’annacava/ tanti cosi beddri ci rida/ èra la vò lu figghiu di Maria” (Il bambino (Gesù di Maria), piangente nella culla, veniva consolato dall’Angelo Gabriele che Gli cantava la ninna nanna).
Da ciò le litanie-preghiere- filastocche che, in una concezione panteista interventista-magica, diventavano mezzo per entrare in sintonia con il divino e pertanto forza propulsiva contro le proprie sventure terrene.
Tutto ciò se rende le litanie-preghiere profane non toglie loro la sacralità: solo la generosità di Dio e dei Santi protegge l’uomo nella sua provvisorietà.
Il senso della morte è il ritmo impercettibile del divenire umano, lo scotto ovvio alla condizione-in estremo- di sicilianitudine.
Com’è la nivi ‘nfilata a lu spitu/ la nivi squagghia/ e lu focu è astutatu” (Come la neve allo spiedo: si scioglie e spegne il fuoco!).
Questo rende lo schema più teso al recupero e alla scoperta di una religione in cui il misticismo, seppure reso superstizioso, configura la tensione dell’uomo verso l’aldilà, verso la sintonia uomo-divino.
Il recupero di queste espressioni litanie-preghiere- filastrocche (“razioni”) antiche mazaresi testimonia la nostra storia e le nostre passate immagini: “quannu nni livamu a la matina/ la rosa cu lu gigghiu si spampina…” (Quando ci alziamo dal letto, la rosa ed il giglio si dischiudono all’incipiente mattino…).

 

[fonte L’Arco 10/1988 – Nino Gancitano]

 

 

 

 

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