Un vita per l’arte. Omaggio a Salvino Catania, opere in mostra al Lucasdesign

MAZARA DEL VALLO. A pochi giorni di distanza dalla sua tragica morte, lo show room Lucasdesign (Mazara del Vallo, Corso Umberto I 47), grazie al contributo in termini di opere di amici ed estimatori, rende omaggio all’artista mazarese Salvino Catania con una mostra temporanea (dal 14 al 31 dicembre). L’esposizione ri-percorre le tappe più significative della sua ben più ampia produzione artistica.

Una vita, quella di Salvino – a dispetto di quanti, anche in pagine prestigiose, lo hanno paragonato al pittore naïf Ligabue – dedicata all’arte, facendone, negli anni, forse, l’unica ragione della sua vita, il suo mondo; senza di essa, sicuramente, non poteva vivere.

Artista tutt’altro che “ingenuo” (naïf, appunto), profondamente colto, ha esplorato e indagato tutti i linguaggi dell’arte moderna e contemporanea; dall’Impressionismo alle Avanguardie storiche del primo e del secondo Novecento, fino alle più recenti e, ormai, storicizzate “nuove coniugazioni artistiche” (es. l’Arte Concettuale di Piero Manzoni). Il cammino creativo-estetico-artistico di S. Catania, come testimonia la storia della sua produzione pittorica, è stato un inquieto ma originale transito rielaborativo delle forme.

In questo suo viaggio dentro l’arte, dopo averne interiorizzato i linguaggi e le tecniche, il suo sguardo volgeva altrove, sempre alla ricerca di nuovi stimoli. La sua funzione, rispetto a quanto di buono circolava nel campo delle arti visive, è stata quella di una mano guidata dal saper-fare (po-i-etico) dell’arte consapevolmente critico e proprio. Sapeva della memoria storico-artistica e, insieme, aveva la capacità e la potenza di medium ri-creativo stilistico personale. Sicuramente – come ebbi (scusate l’autocitazione) a scrivere in Passione delle forme (Mazara c’è, anno I, n. 6 del 28 aprile 2006),Salvino è stato un “pittore eclettico” non eclettico, ovvero una figura d’artista paradossale. La sua tendenza, in primis, era quella di esplorare le “ispirazioni” e le realizzazioni delle poetiche pittoriche più diverse, ma come una traccia; una traccia dalla quale, poi, infatti, si staccava e segnava con passo sicuro e tratti propri la biforcazione artistica che ne esprimeva il mondo esistenziale che lo travagliava. La sua pittura, infatti, mostra tutt’altro che spontaneismi; la sua mano, in una con i tracciati pre-figurati a volo mentale, come si può leggere (tra le righe del suo fare artistico), è tutt’altro che priva di coscienza stilistica controllata.

Il suo repertorio iconografico è ricco e variegato, nulla gli era estraneo. Alcuni temi della sua pittura non sono avulsi dalla vita stessa (vissuta) dell’artista: basti pensare alle tele con i “cristi”. Qui la “sofferenza del corpo e dello spirito, il dolore o il tormento fisico come martirio, così la passione come intenso sentimento, che influisce in maniera determinante sui pensieri, le azioni e gli atteggiamenti dell’uomo” (sempre in Passione delle forme), diventano cartucce di dinamite (come direbbe Andrè Derain). Sono segni neri e filiformi che marcano i contorni, che s’infittiscono o si diradano seguendo la trama di relazioni fra loro e lo spazio che le corrode, figure s-figurate (l’esistenzialismo artistico e filosofico di Giacometti e Sartre). Qui, in questi spazi cristologici, c’è tutta la simbiosi (ma travagliata e macerata) con un dolore che è, prevalentemente, la denuncia di una vita che non dà, quasi leopardianamente, quello che ti promette “allora”: nel sorgere al mondo! La linea di demarcazione tra arte e vita, pertanto, si con-fonde, s-fuma, si assottiglia, diventa impercettibile, scom-pare.

Salvino, sicuramente, è stato un pittore tormentato, come i cosiddetti “pittori maledetti” (Modigliani, Soutine, Utrillo, Derain, Valadon ed altri che, a Parigi, negli anni a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, frequentavano i quartieri di Montmartre poi di Montparnasse, tentando la sorte e vivendo al di fuori degli schemi e delle regole), ma è stato anche un soggetto inimitabile e di grande energia vitale: squattrinato, in-quieto, le regole non lo imprigionavano; il distacco e il dissenso erano piuttosto il propellente che alimentava la sua carica eversiva di pratica e senso quotidiana.

Mi piace chiudere questa breve nota con alcuni versi di una poesia che l’amico e poeta Rolando Certa (anche lui scomparso) ha dedicato al nostro pittore, Savino Catania. La poesia è Non è vanagloria (a suo tempo, fu scritta da Rolando dopo un’intensa chiacchierata notturna in Piazza della Repubblica):

Ma le tue immagini, roventi o delicate, / i miei versi, che corrono tra sogno e realtà, / una notte soffrivano d’insonnia. / Gemevano nel vuoto. / L’angoscia incombeva. / (…) E così ci siamo rinnovati. / Tu con le tue “arenarie”, / giganti dall’arsura millenaria, / angoscia illimpidita, fatta stile; / tu con i tuoi paesaggi brucianti, / tra sole, fuoco e magia, / ed io coi miei versi seguendo le chimere dell’amore, / cieli di sentimento, praterie di dolcezze fuggite; / (…) / sconfinare oltre i limiti reali, / dove i cieli sono azzurri, / ed esplodono i sogni, / (…) / un’avventura nuova, umana. / (…) / Amico mio, prima che giunga la sera / – che la vita è breve come favola – / (dolce amara, tragica solenne) / si compia il nostro anelito / nel miracolo della poesia.

Chiaro rimanga, altresì, che la scomparsa di queste due figure non è la loro fine; per tutti è invece l’inizio di un’apertura e di un rinnovato dialogo con il loro lascito! Non farli morire una seconda volta vuol dire continuare a farci interrogare ancora dal loro “testamento” artistico e poetico.

Giacomo Cuttone

3 Comments on "Un vita per l’arte. Omaggio a Salvino Catania, opere in mostra al Lucasdesign"

  1. rosaria messina | 17 dicembre 2013 at 19:42 |

    Un ringraziamento all’artista-amico Giacomo Cuttone per le bellissime parole che ha voluto dedicare allo scomparso Salvino Catania.

  2. nino fiorentino | 17 dicembre 2013 at 09:04 |

    @Salvo Ranfuti: Bellissime parole, in memoria del Maestro. Mi associo di cuore.

  3. Mi rattrista particolarmente che sia venuto a mancare un uomo come Salvino, un uomo che credeva fermamente all’arte. 
    Mi rattrista anche al pensiero che Mazara perda un uomo di cultura in una città che ne ha davvero tanto bisogno.
    Molti lo consideravano un artista perché vagabondava in giro per il centro, riallacciandosi al mito dell’artista squattrinato, acquistandone le sue tele, pensando: magari chissà, forse un giorno acquisiranno una certo valore.
    Eppure sappiamo anche bene che l’abito non fa il monaco.
    La sua pittura, anacronistica per certi versi, non è mai riuscita ad impossessarsi di un idioma stilistico personale, abbracciando la maggior parte delle correnti avanguardistiche del primo novecento: lo si nota dal suo temperamento inquieto ben visibile, cavalcando espressioni artistiche dal “fauvismo” di natura dereniana e matissiana, al “puntinismo” di Seurat.  
    Che Salvino conoscesse bene la pittura è evidente in molte opere fra cui il tema della crocifissione o delle teste di cavallo: queste possiedono una capacità pittorica fortemente espressiva, trasformando la materia pittorica come se fosse una “pasta plastica” da modellare sulle tele; elaborati che deducono che Catania avesse acquisito una forte capacità di padronanza della pittura nel corso degli anni.
    Io credo che se Salvino si fosse liberato una volta per tutte dagli spettri dell’ ”espressionismo pittorico”  durante il corso della sua carriera, grazie al suo estro “folgorante”, avrebbe di certo esplorato nuovi confini artistici, dando un maggiore contributo all’arte, e non relegandosi solo come un pittore di provincia.
    O forse magari importava ben poco al suo carattere di scovare nuovi linguaggi artistici, appannandosi alla pittura che più gli era consona.
    Mi rattrista non vedere più quell’uomo passeggiare più fra le vie del centro con una tela fra le sue braccia.
    Ciao Salvino.

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