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L'ARMATORE E' IL VERO ASTATORE
I NUOVI RIGATTIERI  DEL MERCATO TELEMATICO
I contatti telematici tra grossi armatori e grossi rigattieri ancor prima che il prodotto sia sbarcato
sostituiscono i mercati locali. Una procedura senza trasparenza e senza concorrenza.
 

                                                     di Antonino Cusumano

       Sui mercati la merce è qualche volta meno importante del commercio e il commercio, a sua volta, meno interessante della passione stessa del negoziare. Così è nella marina di Mazara, luogo di elezione per gli incontri e gli  accordi, storico spazio delle mediazioni, delle contrattazioni e dello scambio. Ma il pesce è paradossalmente quasi scomparso, nascosto nelle stive dei camion, furtivamente dileguatosi  negli anfratti delle notti, migrato su altri moli, mimetizzato lungo le rotte invisibili del mercato virtuale. Restano gli uomini che affollano la piazzetta del vecchio scalo, restano le grida, gli sguardi, i traffici, il via vai di quanti comprano e vendono. Ma nello stesso slargo dove un tempo si trovava il mercato ittico al minuto, oggi sono sistemati auto e furgoncini che offrono verdure, angurie e frutta.

       Su questa piazzetta  si affaccia il vecchio mercato all'asta, che un tempo straripava della grande quantità di pesce rovesciata sul molo. Oggi modesta e assai limitata è perfino la varietà delle specie ittiche che sono messe in vendita. Vi giunge il pescato delle piccole imbarcazioni che si spingono a poche miglia dalla costa mazarese: sono prevalentemente pesci di rrocca (raia, scorfani), di fangu (calamaretti, piccoli merluzzi, mollami), di bbancu (pesce san Pietro o addru, tracina, cipuddri, carrubbari, runchi, pisci di broru), a volte compaiono le triglie rosse di scoglio o quelle bianche che i mazaresi usano chiamare “con i baffi”, catturate nei fondali sabbiosi. Ad animare l’asta, condotta su una sola bilancia, sono i piccoli rigattieri locali, alcuni commercianti che comprano per conto terzi e i grossisti palermitani. Sono questi ultimi a condizionare il mercato in modo determinante. Sono loro, di solito, ad aggiudicarsi le partite di pesce più pregiato. Tanto più che l’astatore regola i prezzi delle cassette anche in base alla loro presenza. A differenza che nel passato, per le condizioni di libero accesso all’asta, oggi vi partecipano anche privati cittadini che preferiscono acquistare all’ingrosso piuttosto che al dettaglio. 

      I due mercati, quell'ingrosso e quello al minuto, così poveri e così marginali, non riescono a dare nemmeno lontanamente la misura né l'immagine della realtà produttiva della pesca mazarese. Fuori da questi locali comunali, sono disseminati nella stessa area della Marina centinaia di altri piccoli e grandi mercati, improvvisati e clandestini, diurni e notturni, quelli che spontaneamente si formano sull’umido calpestio delle banchine ai margini degli stessi pescherecci appena attraccati e quelli che si organizzano nel cuore della notte negli slarghi del vecchio molo o del nuovo porto all’arrivo dei camion frigoriferi provenienti da Porto Empedocle. Proliferano poi altri periferici e anomali micromercati, la cui gestione si colloca negli interstizi di un’economia parcellizzata, di una marina che somiglia ad un puzzle con tessere troppo differenti per prefigurare un disegno intelligibile.

     Se il mercato non esiste più è anche perché il mercato è ovunque. Piccoli furgoni, palchetti mobili e bagagliai di auto si trasformano in botteghe ambulanti e bancarelle più o meno stabili in punti strategici della città. La loro collocazione è sovente oggetto di contenziosi e di tensioni tra gli stessi rigattieri. Gli immigrati stranieri sono protagonisti di altri circuiti commerciali paralleli. Pescatori tunisini rivendono ad altri mediatori, italiani e connazionali, quella piccola parte del pescato (la gghiotta) che hanno ricevuto dall’armatore al momento dello sbarco come compenso aggiuntivo alla paga. Un reticolo di mercati è, dunque, alimentato dalla commercializzazione delle stesse regalìe, un arcipelago di transazioni minute, di vendite a domicilio, di informali intermediazioni a catena, di espedienti infiniti ed eterogenei di quell’arte dell’arrangiarsi che la precarietà e la sussistenza  hanno insegnato a praticare.

     Altrove è, tuttavia, il vero mercato, quello che per volume e giro d’affari corrisponde alla potenza economica espressa dalla marineria mazarese. L’eco di questo commercio non giunge nelle banchine della Marina, non provoca rumore, non compare né si percepisce. E’ un mercato volatile, incolore e inodore. Oggi,  – ci dice l’anziano banditore, Vito Asaro - l’armatore è sempre più spesso il vero astatore. E’ lui che compulsando in rete per via internet i grandi commercianti o contattandoli col cellulare ne verifica l’offerta e aggiudica al migliore offerente la partita, ovvero la bordata, il pescato equivalente a circa dieci giorni di lavoro di un peschereccio. L’operazione è compiuta quando ancora il prodotto non sbarcato né smistato si trova nei congelatori del peschereccio. La sua commercializzazione si svolge fuori da qualsiasi luogo canonico di contrattazione e di controllo, lontano dalla piazza e dalle vecchie mura del mercato ittico ufficiale, lungo le strade evanescenti ed invisibili del ciberspazio. Il pesce catturato tra le maglie delle reti dei pescatori continua, dunque, a nuotare su altri mari meno appariscenti e più effimeri.

      Se, da una parte, il mercato tradizionale si è come polverizzato in un pulviscolo di punti vendita, quasi tutti artigianali o irregolari, dall’altra, quello virtuale di oggi non sembra, a guardar bene, meno arcaico e anacronistico dato che non  aderisce alle regole della trasparenza e della concorrenza, restando più vicino ad un sistema ancora paleoindustriale piuttosto che a quello postmoderno. L’indeterminatezza del pescato e del reddito prodotto, ribadita dalla assoluta mancanza di dati statistici attendibili, ha reso possibili speculazioni, monopoli e fenomeni di racket che in anni non lontani la cronaca giudiziaria si è incaricata di segnalare. Questa situazione fa dire ai pescatori che nella fase della commercializzazione “funnu un si nni trova”, (letteralmente “fondo non se ne trova”), espressione, mutuata dal linguaggio marinaro, quanto mai felice per denunciare l’ampio spazio di manovra dell’armatore e la scarsa limpidezza nelle sue relazioni con il grossista.

       Se è vero, infatti, che oggi il proprietario del motopeschereccio conduce l’asta personalmente, seppure a distanza, è anche vero tuttavia che è il grossista, colui che tende a monopolizzare l’incetta dei pesci più pregiati, a “fare” davvero il mercato. La gestione e l’egemonia dei più cospicui flussi finanziari ricavati dai profitti della pesca sono, di fatto, nelle mani di questi Grandi Rigattieri, che con un semplice input telematico comprano e rivendono, smistando il pescato presso i commissionari dislocati nei  punti più diversi di un’amplissima rete di distribuzione. L’elusione e l’evasione fiscale, praticate grazie all’occultamento di larga parte dei beni prodotti, tengono insieme nel perfetto equilibrio della reciproca convenienza armatori e commercianti, un’alleanza strategica su cui si regge lo status quo di una marineria tecnologicamente avanzata ed economicamente mutilata. L’enorme ricchezza drenata dal mare, reinvestita solo in piccola parte nel processo produttivo, non è equamente distribuita e rimane patrimonio di gruppi sociali ristretti. La terza grande forza della marina mazarese non sono nemmeno i produttori ma gli autisti, un centinaio circa di addetti  al trasporto del pescato verso i più lontani mercati di consumo. Le strozzature dei circuiti di commercializzazione sono l’effetto probabilmente più eclatante di questa realtà distorta.

        Il direttore dell’Istituto di ricerche sulle risorse marine e l’ambiente, che ha sede a Mazara, ha di recente paragonato la marineria locale ad “un gigante con un cervello di bambino”, dal momento che il gigantesco sviluppo della pesca industriale non è stato parallelamente accompagnato dalla sua conoscenza scientifica, da un suo razionale governo. I processi di modernizzazione  che hanno interessato i sistemi di strumentazione di bordo non hanno migliorato i meccanismi di monitoraggio dello stato delle risorse ittiche né hanno promosso una politica di valorizzazione sul mercato dei prodotti quali le triglie e i gamberi, che potrebbero conquistare il diritto ad una certificazione d’origine.

        La grande capitale della pesca sembra, in verità, soffrire di una radicata e rovinosa schizofrenia: da un lato è impegnata a moltiplicare la potenza dei natanti in mare e il loro sforzo di cattura; dall’altro non riesce a coordinare produzione e commercializzazione, organizzando a terra circuiti funzionali di smistamento e distribuzione, tecnologie adeguate, e soprattutto mercati con impianti meccanizzati e soggetti che vi partecipano secondo le regole della libera e aperta concorrenza. Queste discrasie hanno finito col rendere quasi invisibile agli stessi cittadini quel pesce che arrivando sulle tavole di tutti gli italiani  rappresenta il vanto della città.

(tratto dal periodico L'arco 02-2005)

                            

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