L'arco n.2 Maggio 2005 Periodico dell'Associazione culturale "L'ARCO"  di  Mazara del Vallo

                                                                               

     

Memorie svanite della Madonna dell'Alto
Le giummare scomparse.
Oggi al posto delle giummare costruzioni abusive, sterpaglie e detriti

di Leo Di Simone

Madonna dell'Alto“Ad oriente di Mazara, a poco più di un chilometro dall’abitato, si eleva un colle solitario e roccioso, dove il Gran Conte Ruggero e la figliuola Giuditta eressero un santuario dedicato a Santa Maria delle Giummare in memoria, narra la tradizione, della prima vittoria riportata dai Normanni sui Musulmani nel 1072, quando mossero alla conquista di Mazara. Ora la linea della originaria costruzione normanna si va perdendo sempre più, il piccolo cenobio basiliano che vi era annesso è rovinoso, e la stessa denominazione della chiesa è cambiata perché ai giorni nostri, ed è già da tempo, essa s’intitola alla Madonna dell’Alto”. Non è, questa, la cronaca aggiornata di uno sfacelo, ma la descrizione che nel 1934 Filippo Napoli, in un opuscolo sul folklore mazarese, rende del monumento normanno arroccato sul colle su cui proliferavano, rigogliose, le giummare, ossia le palme nane.

Mi capitò qualche anno fa, frequentando  lo studio fotografico di Ciccio Boscarino, di osservare una foto, credo scattata da sua madre, coeva alla descrizione del Napoli, in cui il santuario era ancora completamente visibile, dato che nessuna costruzione si ergeva sul pendio della collina; era illustrativa della descrizione del Napoli che continua dicendo: “ vi si accede per un sentiero molto ripido, inciso sulla roccia, e quando vi si arriva, da quell’altura si estende alla vista un panorama dei più suggestivi: orti, giardini di aranci, cintati di mura, vigneti e non molto distante l’ampio mare: l’anima si sente nell’austera solitudine pervasa di malinconia e di pace”.

Le arcate del narteceNonostante il rammarico del Napoli sulla fatiscenza dell’edificio, al suo tempo la situazione era ancora abbastanza idilliaca; ora, purtroppo, nessun sentimento di “malinconica pace” pervade l’animo di chi osserva il panorama attorno e  dal monumento o il monumento dalla trafficatissima strada statale dalla quale la chiesa normanna appare soffocata da dissonanti costruzioni. E’ scomparsa anche la grossa pietra “a destra di chi sale con una croce incisa nel mezzo, che nessuno, passando, dimentica di baciare, perché su quella pietra, dicesi, fu fatta sostare la statua della Madonna, pregevole scultura di Giacomo Castagnola, che si venera nel santuario”,  come il Napoli attesta nella sua Storia della Città di Mazara. Delle giummare, ormai, è scomparsa ogni traccia; al loro posto costruzioni abusive spuntate caoticamente, sterpaglie e detriti di diversa natura, il tutto declinante in maniera confusa verso le vie d’accesso sberciate, col coronamento di recinzione mista di filo spinato, fil di ferro arrugginito e muriccioli dall’opus rigidamente incerto.

E dire che, la chiesetta normanna, o quello che ne rimane, è una delle poche reliquie di un passato di cui Mazara dovrebbe andare fiera. Si tratta di un edificio che la storiografia fa risalire al Gran Conte ed a sua figlia Giuditta  che plausibilmente, nonostante la mancanza di documenti certi,  lo vollero erigere su quel colle, strategico per l’avvistamento,  su cui gli arabi avevano eretto una torre di guardia ancora identificabile per via di una incredibile quanto affascinante scala a chiocciola che conduce, dall’attuale sagrestia, alle terrazze dell’edificio; era necessario, assecondando la logica dei simboli che presiede alle regole di ogni ars aedificandi, installare sul punto più alto della città un segno che testimoniasse il ripristino della presenza cristiana, il mutamento di una situazione politica, l’ostensione della vittoria di una cultura su un’altra, di una fede su un’altra. Avendo dedicato la Cattedrale al Salvatore era doveroso dedicare una chiesa, strategicamente visibile, alla sua  santissima Madre. Sulla scelta tipologica dedicatoria la cultura ecclesiastica del tempo non ammetteva margini di dubbio; e parlo della cultura bizantina che prima dell’invasione berbera era stata, per gran parte in Sicilia, custode della cristianità che traeva linfa dall’influsso e dalla protezione dell’impero di Costantinopoli. Fu l’Imperatore Leone Isaurico, l’iconoclasta, che trasferì, nel 732, la giurisdizione ecclesiastica della Sicilia al Patriarcato di Costantinopoli sancendo, in tal modo, una situazione che perdurava almeno dal 535 per molte province siciliane. Durante i lunghi anni dell’occupazione musulmana, inoltre, la Chiesa siciliana era stata sottoposta alla metropolia di Reggio.

La scala a chiocciola risalente al periodo araboL’esistenza dell’insediamento monastico basiliano, sul colle delle giummare, è testimoniata da sbiaditi reperti iconografici attualmente e forse ancora per poco visibili all’interno della chiesetta; indice chiaro non solo di oculata iconologia ma anche di canonica tradizione teologica che vedeva nella Theotokos Odighìtria la Vergine Madre di Dio che indica la via, la Madonna dei condottieri. A lei sono dedicati, nella cristianità, gli edifici di culto che stanno “in alto”, quasi presidii di vittoria. Tale titolo mariano si è mantenuto, nella cultura siciliana, nella popolare riduzione terminologica dell’Itria. L’arcaicità dei residui degli affreschi, a mio giudizio coevi a quelli esistenti a Santa Maria della Grotta, nei pressi di Marsala e  poco distante dall’altro santuario mariano ancora appellato dell’Itria, testimonia la permanenza in Sicilia del canone iconografico scompaginato dalla furia iconoclasta dell’Isaurico e che dovette trovare nei cenobi basiliani, costituiti dai monaci fuggiti dalla Grecia e dall’Asia Minore, il luogo della continuità della tradizione, sulla scorta della difesa teologica dell’iconodulia ortodossa da parte di San Giovanni Damasceno. I reperti della Madonna dell’Alto potrebbero costituire una testimonianza molto significativa non solo da un punto di vista storico artistico, per via di tracce iconografiche precedenti il secondo concilio di Nicea che nel 787 dettò  i canoni per la venerazione delle immagini del culto, ma anche da quello della solida continuità della tradizione ecclesiale di questa nostra Chiesa locale.

Non sono giunte fino a noi fonti documentarie che parlano di giummare, ma si sa che i titoli mariani subiscono forti ed espressivi influssi culturali; rispondono cioè alle dinamiche delle acculturazioni, così come le arti e gli edifici, leggibili per logica simbolica. La chiesa della Madonna dell’Alto sintetizza emblematicamente l’ineluttabilità di siffatti processi; se il “titolo” testimonia il legame del culto alla cultura, alla geografia ed alla flora locali, le tracce architettoniche evidenziano, in maniera non meno eloquente, il rispetto della simbolica culturale, l’affastellamento d' elementi apparentemente eterogenei che si fondono in nuova sintesi. L’edificio, infatti, così come il “titolo” rivelano originale ed esclusiva atipicità; e così come non ci sono molti altri titoli “delle giummare” oltre Mazara e Sciacca, non ci sono molti analogati chiari e plausibili della tipologia architettonica di questa chiesetta suggestiva che nonostante i guasti del tempo e le ingiurie dei “restauri” riesce ancora a suggerire presagi dello spirito.

Veduta della chiesa con i campaniliDi fatto, fino ad oggi, non si sono date convincenti spiegazioni dell’ibridismo architettonico che coniuga funzionalità liturgica bizantina, coerente col culto basiliano e referente dell’unica icona sbiadita identificabile solo per la traccia di omophòrion sulle spalle di un presunto San Basilio o San Giovanni Crisostomo  (absidiola del presbiterio)  che di quella liturgia sono, per la Chiesa sorella della romana, i mistici demiurghi, con l’impianto strutturale ad aula unica, non cruciforme, non cluniacense, coperta da volte a botte trasverse. Anche gli archi interni non convincono del tutto per la mancanza di uniformità; un compromesso tra il tutto sesto e il sesto moderatamente acuto quasi in casuale alternanza. Visibili, sia all’interno che all’esterno, le aggiunte trecentesche. Il Napoli rammenta il portale “cui non mancano i riflessi e le reminiscenze dello stile arabo e di quello bizantino” che, quando lui scrive e Boscarino fotografa, era collocato sulla facciata esterna del nartece che non era più tale perché anche le arcate erano state tompagnate; ora è stato riaperto l’ arco occidentale a sesto acuto, sormontato da finestra cieca; immette nel suggestivo vestibolo con altri “due archi acuti più piccoli, avanzi del portico, nella parete di destra, e una volta a crociera a costole rilevate, impostata su colonnine con capitelli, all’interno”. Il bel portale che a furia di smontarlo, rimaneggiarlo, ricollocarlo, rabberciarlo con pietre di vile consistenza, decurtarlo è anch’esso reliquia e mantiene quella dignitosa bellezza che anche le opere d’arte sfregiate sanno mostrare.

Ho spiegato, anni or sono, in un saggio più ampio e più scientifico del presente che vuole avere intento divulgativo e di sensibilizzazione, che è improprio parlare di “arte normanna” o di “arte arabo normanna” in modo inopinato, solo per assecondare inconsapevolmente i rigurgiti di datata storiografia ottocentesca che scaturì dalle infatuazioni di Michele Amari e dalle fantasie post romantiche; si deve sempre partire dall’analisi dei fenomeni culturali e dei processi che li regolano per evitare voli pindarici e precomprensioni. Lo strano modello architettonico della chiesa di Santa Maria delle Giummare scaturisce dal fatto che i Normanni non portarono in Sicilia una cultura marcata; non si trattò dell’esodo di un popolo ma dello spostamento di bande militari in cerca di fortuna. Capitarono al posto giusto al momento giusto. Non furono neanche grandi campioni della fede cristiana e sfruttarono le lotte politiche e religiose del tempo cercando, scaltramente, di non scontentare nessuno; fecero fiorire, in tutte le manifestazioni culturali, il meglio della civiltà trilingue che avevano trovato in Sicilia. E’ storicamente provato che nell’isola reintrodussero il culto “latino” per assecondare il Papa ma non estirparono quello bizantino; insieme ai monasteri benedettini di osservanza cluniacense fondarono e sovvenzionarono anche i cenobi basiliani che si estinsero poi gradatamente per mancanza di legami con Costantinopoli ma che mantennero ininterrottamente la loro fisionomia liturgica e culturale in virtù di quella larga autonomia mantenuta dalla Chiesa siciliana per il profitto che il Gran Conte e poi i re di Sicilia seppero trarre dall’Apostolica Legazia. Gli Altavilla non avvertirono il problema di creare una cultura nuova; volevano costruirsi un regno e ci riuscirono sfruttando la preparazione giuridica dei loro sudditi di cultura bizantina. Ruggero II fu un re latino, rappresentante del Vescovo di Roma, suo Legato in Sicilia, ma alla Martorana, la chiesa del suo ammiraglio Giorgio, è iconizzato come Basileus, così come qualche anno dopo Guglielmo II a Monreale,  ed anche i sigilli reali lo rappresenteranno così, col labarum ed il globo e recheranno nel verso la figura del Cristo Pantokrator, e le diciture in greco.

La volta costolonataQuello che gli Altavilla inaugurarono e corroborarono fu una sorta di equilibrismo culturale che in arte ed in architettura si caratterizzò per la fusione di modelli precedenti e preesistenti alla loro conquista del sud d’Italia e della Sicilia. Il modello architettonico delle chiese siciliane, fino al Cinquecento almeno, fino cioè ai dettami della riforma tridentina e alla timida recezione dei modelli rinascimentali, porterà traccia, negli edifici insospettabilmente latini, del modulo bizantino della croce inscritta nel quadrato, nella parte liturgicamente più rilevante dell’edificio, “santuario” o zona presbiterale nettamente distinta dalla navata. Una peculiarità che potremmo definire sicilianità architettonica che trova nell’architettura detta dei “Ruggeri”, o meglio della “Contea” (1061-1129) il modello che consente di conciliare una funzionalità liturgica culturalmente consolidata con i caratteri della latinità che gli Altavilla dovevano garantire in qualità di Legati del Papa. Esaminando le chiese normanne dell’epoca, sia in Sicilia che in Calabria, ci si rende conto della reiterazione di uno schema semplice: un corpo centrale cui si aggiunge nella parte superiore un santuario triabsidato, con titulo e bema, e nella parte inferiore un esonartece corredato, negli edifici più grandi, da loggia superiore tra due torri scalarie. Per il resto, tra le poche chiese legate al culto bizantino completamente centriche come San Cataldo e la Martorana, due sono nel nostro territorio: la Santissima Trinità di Delia e San Nicolò Regale a Mazara.

Non è difficile pensare, a partire dalla vittoria degli Altavilla sui musulmani, al ripristino, sul colle delle giummare, di un insediamento basiliano preesistente, un monastero greco secondo le regole che Basilio (320-379) vescovo di Cesarea e oppositore dell’arianesimo aveva codificato. Un monastero che gli invasori berberi, dall’827 in avanti, avrebbero trasformato in luogo di avvistamento, costruendovi la torre e modificandolo logisticamente. La chiesa attuale non è absidata ma sono presenti le due absidiole coerenti col rito bizantino ed in cui erano iconizzati due santi dei quali uno, meno rovinato dell’altro, è plausibilmente Basilio, titolare del cenobio, coi suoi paludamenti liturgici greci. Non è raro trovare, in Sicilia, come nella chiesetta normanna dei Santi Pietro e Paolo ad Agrò, l’abside maggiore completamente piatta e poco accusabile all’esterno; in molti altri casi protesis e diaconicon restano scavati all’interno nello spessore del muro orientale del santuario, come in Santa Maria di Mili ed in questa “delle giummare”. Nella nostra, la torre saracena  con la sua scala a babbaluciu è addossata al vano quadrato che doveva contenere l’abside principale ed il complesso del “santuario”, unitamente alla finestra che cattura la prima luce orientale; per il resto gli edifici poterono essere riorganizzati e utilizzati come alloggiamento del presidio musulmano o come magazzini.

Il rifacimento normanno fu in realtà un riadattamento dell’esistente; non si capisce perché, costruendo una chiesa ex novo le si dovesse dare questa strana struttura che in realtà consiste nel prolungamento del “santuario” bizantino in una navata ottenuta dalla messa in comunicazione di tre vani preesistenti voltati a botte. L’edificio, inoltre, doveva in qualche modo mostrare la nobiltà della committenza ed in effetti ha una sorprendente somiglianza, nella morfologia planimetrica, con la cappella di Re Ruggero ad Altofonte e con la chiesetta di Santa Filomena presso Catanzaro. Si era probabilmente costituito un particolare ed aristocratico filone tipologico, anche da un punto di vista estetico, per il gioco compositivo di volumi semplici messi in risalto dal paramento di piccoli conci ben tagliati, senza forti sporgenze, alleggerito da lievi rincassi intorno alle aperture. Il tutto con l’aggiunta di un nartece, portico esterno appoggiato alla facciata che attualmente risente dei rimaneggiamenti trecenteschi che dovettero avere funzione statica per il rinforzo della struttura con pilastri su cui si scaricano le spinte della volta a crociera.

Il campanileAltre modifiche strutturali, col tempo, hanno modificato la morfologia primitiva dell’edificio; oltre lo spostamento del portale, già accennato, è visibile, all’interno, entrando a destra, un robusto arco risalente al periodo che per la storia dell’architettura siciliana si definisce “chiaramontano” e che non presenta evoluzioni per influssi esterni; l’arco  ora è cieco ed in parte affogato nella muratura della prima arcata interna alla chiesa. Probabilmente immetteva in una cappella costruita successivamente, come capita in tutte le chiese occidentali per via della modificata situazione celebrativa; poteva condurre anche a locali sussidiari aggiunti all’edificio all’epoca del passaggio della chiesa alla commenda dei Cavalieri di Malta, ma lo stemma che sovrasta l’arco reca la data del 1301 e riporta la stilizzazione di una croce da ethimasia, simbolo escatologico bizantino. Ciò fa pensare ad un intervento ad opera dei Basiliani che modificarono il loro cenobio. Nella foto Boscarino databile agli anni 30 del secolo scorso, si notano chiaramente brandelli di costruzione sul lato meridionale della chiesa, locali che comunicavano con la chiesa stessa tramite il nostro arco.

Anche il nartece subì, in questo periodo, sostanziali mutamenti dovuti ai problemi strutturali accennati. La sua copertura è una bella crociera costolonata che poggia su quattro robusti pilastri a pianta quadrata e decorati da colonnine tufacee ormai quasi completamente abrase. La prima arcata del nartece, sul lato settentrionale, resta parzialmente occlusa da uno dei pilastri. Anche qui, come all’interno, c’è interferenza di strutture architettoniche. Il bel portale, cui ho già fatto cenno, anch’esso di impronta chiaramontana, assiste impotente al suo sfaldamento e a quello delle pietre al suo intorno. Una lapide muraria con incisa una poesiola banale, ad opera di qualche devoto, e molti “graffiti pirata” mostrano come dell’edificio storico non si è avuto alcun rispetto. Sono guasti della nostra epoca imputabili a noi, a questa cultura moderna o post moderna!

Il mutamento più sostanziale, però, lo subì l’area celebrativa al momento dell’insediamento votivo della massiccia statua marmorea della Vergine col Bambino. Per consentire l’operazione di costruzione di un altare sormontato da una immagine votiva, così come già dal tardo medioevo e per gli influssi della devotio moderna era invalso l’uso, si dovette smantellare la conca absidale, tompagnare l’arco absidale ancor’oggi visibile e costruire una cassa muraria che servisse da solida nicchia per la pesante statua, pesante anche da un punto di vista stilistico per noi siciliani avvezzi a Gagini e Laurana. L’operazione, come data l’iscrizione apposta sul piedistallo del simulacro marmoreo, dovette concludersi nel 1572, dopo le precezioni puntuali del tridentino, ad opera di Fra Giovanni Giorgio Vercelli (o da Vercelli) che commise la statua a Giacomo Castagnola e che risulta primo commendatore della chiesa che era dunque già stata presa in possesso dall’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi e poi di Malta. Due  squadrate aperture laterali sormontate da due oculi di chiara impronta cinquecentesca si frapposero tra le absidiole e l’altare che rimase in situ fino alla riforma liturgica del Vaticano II e sostituito quindi da altro più discutibile e innegabilmente brutto. Anche delle decorazioni lapidee che corredavano le arcate, mensole e colonnine, è stato fatto scempio da parte di restauratori patentati che hanno variato anche, più volte, il livello dei piani di calpestio, spostando i gradini ora avanti ora indietro e realizzando, davanti alle aperture laterali della chiesa un bel sagrato in puro cemento.

Discutibile, in verità, appare tutto ciò che è stato prodotto oltre a ciò che non è mai stato fatto per la garanzia dell’integrità del monumento. Ho già accennato al degrado esterno e voglio ribadirlo con forza perché tale situazione squalifica la città intera rappresentata dalle civiche amministrazioni che fino ad ora si sono succedute; denuncia una mancanza di sensibilità culturale imperdonabile oltre che colpevole perché penalizza la fruizione di tesori d’arte che da soli basterebbero al decollo turistico di questa Città. Pensate a turisti norvegesi o svedesi, parenti dei Normanni, che vengano a visitare i monumenti costruiti dai loro celebri avi… tra la spazzatura ed il degrado urbanistico più totale. Eppure Santa Maria delle Giummare è stata protagonista, come credo di aver mostrato, di più d’una pagina della storia culturale europea oltre che siciliana.

Delle cose che non si sono fatte negli ultimi decenni, per impedire lo scempio territoriale, che va ben oltre la Madonna dell’Alto, siamo responsabili tutti, ed in primis gli organismi istituzionali di controllo chiamati a “sovrintendere”, a salvaguardare, a custodire. Non ce l’ho con la Sovrintendenza, sia chiaro, ma le questioni sul regolamento dell’ impatto ambientale non mi sono chiare, e pare che a volte il moscerino, di evangelica memoria, faccia problema mentre  il cammello lo si ingoia senza fiatare! Ed anche le cose che si sono fatte, col pubblico denaro, mi pare non abbiano prodotto grandi risultati in ordine al risanamento del millenario edificio; materiali scadenti, non meglio appurati criteri filologici di restauro, scelte estetiche discutibili anche nella sistemazione dell’assetto liturgico, perché Santa Maria delle Giummare è un edificio dove ogni Domenica a mezzogiorno la Comunità cristiana si raduna per celebrare l’Eucaristia. La Diocesi, a tutt’oggi, è l’unica istituzione che si sforza di tenere in vita, senza non poche difficoltà, un edificio che è memoria storica della cultura cristiana; una cultura che, nonostante il silenzio della Costituzione Europea, è stata catalizzatrice di processi culturali oltre che matrice. Perciò si deve prestare attenzione ad un luogo che conserva, nonostante tutto, il fascino del mistico raccoglimento invitante all’orazione ed alla celebrazione di Cristo risorto, mentre colonnine, capitelli, costoloni e paramenti murari si vanno sfaldando, insieme col pavimento di cattivo cotto industriale, posto in loco una decina d’anni  fa, che si va sbriciolando e l’antiestetico intonaco “Li Vigni” dei muri interni (interni? incredibile a dirsi!) che si va gonfiando d’umidità.

Molti sono gli interventi necessari per tornare agli antichi splendori, ma non bastano le chiacchiere di propaganda elettorale, gli ideali e irreali progetti politici di cui abbiamo piena la faretra! Anzitutto occorre l’impegno serio, civile, operativo delle Istituzioni che pur dicendosi cristiane, forse solo in senso crociano, hanno dimenticato  l’amore: a Cristo, al prossimo, alla Chiesa, alla storia, alla nostra cultura plurimillenaria, a questa bella e tormentata Città che è stata capitale di un regno così come potrebbe esserlo del Mediterraneo. Dum Romae consulitur…, per dirla con Sallustio, la nostra civiltà se ne va come pezze nel bucato, per parafrasare Verga. Mi si perdoni lo sfogo e si colga, per piacere, la provocazione che spero sia interpretata come  atto dovuto da parte di quanti hanno passione etica e sensibilità estetica e sognano il rifiorire delle giummare ai piedi di Maria e di Mazara ai piedi d’Europa.

(articolo tratto da L'arco n.2  Maggio 2005)

  
                                                                                      

 

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