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MAZARA CITTA’ MERCATO SENZA MERCATO
 

                                                        di Antonino Cusumano

Sul lastricato perennemente bagnato dell’angiporto di Mazara si muove da sempre un formicolio di uomini che s’incontrano, di pescatori che si offrono all’imbarco, un indescrivibile traffico di parole prima che di merci, una intricata congerie di bancarelle, di voci, di mimi e di suoni, un groviglio inestricabile, un disordine greve. Il mercato delle braccia si mescola  con quello dei prodotti. Su questo proscenio tutto è mercato, ovvero il mercato è ovunque e in nessun luogo. Erratico e diffuso è il suo territorio, lo spazio deputato allo scambio, alle relazioni faccia a faccia, all’affascinante ed estenuante teatro delle contrattazioni, al gioco infinito dei debiti e dei crediti lasciati aperti. Se è vero che sono le persone a fare un mercato e non le merci, i luoghi sono tuttavia consustanziali all’incontro tra l’offerta e la domanda, alle pratiche dello scambio, alle dinamiche sociali che ordiscono la trama e i circuiti commerciali.

Luogo di elezione della socialità, il mercato è un delicato punto d’intersezione di pubblico e privato, centro naturale della vita economica ma più ampiamente anche della comunità locale, della società civile, punto di riferimento spaziale nel contesto urbano. Come ha scritto Braudel, “Ogni realtà sociale è, per prima cosa, spazio”. In quanto tale, il mercato del pesce di Mazara si identifica con le pietre umide del molo, gli scali del portocanale, i piccoli slarghi che secondano le banchine. Non può essere altrove, se non dentro quello spazio da tutti indicato come la Marina, spazio per antonomasia aperto all’accesso di tutti, alle molteplici  negoziazioni e a tutte le transazioni possibili. Eppure delimitato da confini impercettibili, da soglie invisibili, da margini immateriali. “Andare alla marina”, nel linguaggio della gente del luogo, significa entrare all’interno di un preciso perimetro, di un territorio ben identificabile, di un’area per certi aspetti franca: poco meno di tremila metri quadrati, segnati da determinati tratti della sponda sinistra del fiume, quelli da sempre destinati agli approdi e alle partenze, agli sbarchi e agli imbarchi, agli ormeggi e a tutte quelle minute e laboriose operazioni che precedono e seguono la pesca.

Che tra spazio e mercato esista un tenace e irriducibile legame  è confermato dal fatto che ogni tentativo di trasferimento o di rimozione è stato occasione di conflitti e di contrasti sociali. Tanto nevralgica quanto delicata è sempre stata la collocazione fisica del mercato, la sua localizzazione storica. Per quanto esile o effimera possa essere la struttura materiale, resta fondamentale la sua posizione strategica, la sua centralità rispetto all’area con cui interagisce. Posta all’incrocio di un fitto sistema di funzioni e di relazioni, la pescheria di Mazara è stata vera e propria agorà, fino a quando è rimasta nella piccola piazza dello “scaro”, a pochi metri dal mercato all’ingrosso e dai punti di attracco delle imbarcazioni. Appena sufficiente per accogliere le bancarelle sotto semplici tettoie in legno, questo spazio, aperto e trasparente e tuttavia raccolto come in una nicchia protettiva, sembrava naturalmente disegnato  per interpretare, in modi quanto mai essenziali ed efficaci, il ruolo di  mediazione tra produzione e consumo, tra economia e società.

Quanto fosse essenziale ed efficace quel mercato del pesce al minuto, incastonato in quel preciso punto del portocanale, lo si capisce soprattutto oggi che è stato spostato sulla sponda opposta del fiume, appena fuori di quell’immaginario confine che delimita la cosiddetta Marina. Non la distanza fisica, davvero trascurabile e insignificante, rispetto al “centro” di gravità di tutte le attività del porto quanto la fuoriuscita, seppure minima, dai margini di quel perimetro sembra aver contribuito a determinare la crisi in cui attualmente versano gli esercizi di vendita al dettaglio. Da qui la rabbiosa protesta degli operatori che lamentano un considerevole calo di presenze degli acquirenti e una corrispondente perdita dei proventi. Essi stessi attribuiscono al trasferimento in questo nuovo sito la causa principale dell’insuccesso commerciale. Ancora una volta, il mercato dimostra di essere un luogo non meramente economico, un “fatto sociale totale”, un istituto particolarmente sensibile alle tensioni sociali, un nervo scoperto della comunità, proprio in quanto struttura in cui si sono tradizionalmente manifestate condotte di resistenza e di insofferenza nei confronti del controllo operato dallo Stato.

A determinare i cambiamenti  strutturali più recenti sono state le preminenti esigenze igienico-sanitarie, le garanzie di tutela da offrire ai consumatori, le limitazioni imposte dalle nuove normative dell’Unione Europea, nonché gli effetti più generali prodotti dalla globalizzazione dei mercati. A provocare il trasferimento della vecchia pescheria comunale di Mazara da piazzetta dello Scalo con i banchi all’aperto alla nuova struttura al coperto, edificata al di là del Mazaro, è stata, pertanto, la necessità di adeguare locali e organizzazione del lavoro alle disposizioni legislative nazionali e comunitarie. La crisi della vendita al dettaglio è riconducibile principalmente a questa nuova dislocazione dell’attività, decisa dall’amministrazione comunale senza il consenso degli stessi operatori commerciali e risultata non gradita dalla gran parte della popolazione locale. Ci sono indubbiamente altri fattori causali che concorrono a spiegare il calo negli acquisti del pesce presso l’impianto comunale: il moltiplicarsi degli esercizi  privati fuori della Marina; la diffusione generalizzata dei punti spontanei di vendita già effettuata al molo, appena dopo lo sbarco, ai bordi della stessa imbarcazione, attorno a qualche cassetta di cernie o di polipi; le metamorfosi dello stesso mercato ittico all’ingrosso che, per gravi disfunzioni strutturali, rischia oggi paradossalmente di sostituire quello al minuto. Le ragioni tecniche o puramente economiche non sembrano, tuttavia, sufficienti a chiarire la scarsa fortuna della nuova pescheria, sicuramente più pulita e ammodernata, meglio protetta dalla pioggia e dal freddo, sufficientemente spaziosa e ordinata, ben illuminata e rivestita nelle superfici da bianche mattonelle in ceramica. Nell’aspetto e nelle caratteristiche funzionali essa non appare, pertanto, affatto dissimile da qualsiasi altra pescheria della città, avendo perduto proprio le sue connotazioni distintive, la riconoscibilità delle sue peculiarità, la sua stessa identità di mercato storico.

L’indistinzione del mercato ittico al dettaglio rispetto ai  molteplici punti di vendita disseminati  nei vari quartieri urbani sembra aver cancellato ogni elemento di specifico interesse per quanto era tradizionalmente associato alla Marina e al suo spazio sociale. Fisicamente espulsa da quell’area e formalmente assimilata a semplice e anonima bottega, la pescheria è diventato un luogo privo di quella densità comunicativa e di quelle pratiche di socialità che identificavano il vecchio mercato della piazzetta dello Scalo. Nella dimensione popolare e tradizionale un mercato è prima di tutto un’occasione, un’esperienza umana, una partecipazione dei sensi. Si frequenta anche se non si ha nulla da comprare. Lo si attraversa per immersione, non lo si visita in punta di piedi. E’ un modo per incontrare gente, per scambiare parole prima ancora che per concludere affari. Qui, a differenza che al supermercato, acquirente e venditore devono conoscersi e piacersi. Tra le bancarelle il tempo si piega docilmente al sottile gioco delle simulazioni e delle contrattazioni, al consueto contrappunto dei battibecchi e delle apparenti rinunce, prima di arrivare ai provvisori compromessi e agli ultimativi  armistizi sul prezzo. Non ci può essere mercato senza odori e senza voci, senza l’umanità dei gesti e delle grida dei venditori, senza la ritualità delle sequenze mimiche e dei marcati codici sonori.

La pescheria di piazzetta dello Scalo era davvero “il mercato”, centro di convergenza e di irradiazione di tutte le attività della Marina, convegno e appuntamento quotidiano dei venditori, almeno una dozzina,  impegnati nella doppia  sfida con gli avventori e con i colleghi concorrenti, spettacolo per i turisti in cerca di curiosità e suggestioni, ma anche vita vera di quanti mettevano in scena ogni giorno insieme alle scaltrite tecniche dell’imbonitore qualcosa di se stessi, i loro corpi, le loro facce, i loro nomi. “La Scogliera” era il soprannome con il quale era identificato un abile pescivendolo che usava abbanniari  vantando la qualità delle sue triglie di scoglio.

Maestri nell’arte della cosiddetta “chiacchiera”, finalizzata a richiamare o a intrattenere l’attenzione dei clienti, i venditori sono esperti nell’impiego di espressioni formulari o convenzionali e nel ricorso a procedimenti retorici quali l’enumerazione e l’iperbole. Nel sottolineare la particolare convenienza dell’acquisto accompagnano le grida con una gestualità ridondante che ha una preminente funzione dimostrativa della freschezza del prodotto: il pesce toccato o manipolato sembra guizzare e, rianimato da  mirati e frequenti  getti  d’acqua, pare agitare la coda, muovere le branchie palpitanti. Nell’articolazione dei messaggi pubblicitari, il venditore suole spesso conferire a ciascun pesce uno statuto antropomorfico, una identità di creatura umana. Senza insegne e sovente privi dell’indicazione dei prezzi, i banchi di vendita si offrono agli occhi dei clienti nella loro nuda geometria, piani leggermente inclinati e grondanti su cui spiccano le cassette di gamberi appena sgusciati, le triglie rosse  tra le alghe verdastre, orate e sogliole con gli occhi ancora vivi in mezzo al ghiaccio triturato, i saraghi e i totani iridescenti,  le trance del  pesce spada ai piedi dell’imponente testa  esposta come un trofeo.           

Paradossalmente la visibilità del pescato a Mazara, prima Marina peschereccia del Mediterraneo, è proprio quasi tutta qui: nel brevissimo momento in cui transita dal peschereccio al mezzo che lo trasporta a destinazione, dalla buia stiva della nave al buio freezer del camion. Per la stragrande parte dei natanti  che compongono la flotta locale d’altura queste operazioni sono svolte di notte e, sempre più spesso, addirittura sul molo di Porto Empedocle, laddove  il pescato è fatto pervenire attraverso l’apposito traghetto che collega il centro agrigentino con Lampedusa. Qui fanno scalo i pescherecci mazaresi che operano il trasbordo per proseguire la pesca al largo del Canale. Accade pertanto che il grosso del pescato arrivi nel porto di Mazara non dal mare ma per via terra, trasportato dai camionisti. Questo stesso carico non passa materialmente per il mercato locale, sfugge in larga parte ai controlli fiscali e burocratici, è smistato e venduto ancor prima di essere sbarcato.

Nell’assenza di regole trasparenti e di pubblici controlli, anche statistici, oggi può perfino accadere che il reale reddito ricavato dalla commercializzazione del pescato sia sottratto alla conoscenza degli stessi produttori, essendo la vendita effettuata dall’armatore a mezzo radio e via telematica  quando ancora il natante è in navigazione.  Il 90% dei prodotti ittici è, dunque, direttamente trasferito nei più lontani centri di consumo senza che si sia operata  preliminarmente una vera e propria contrattazione a terra. Tutta la partita di pesce è, in pratica, venduta dall’armatore al grossista col quale ha stabilito preventivi accordi informali, avendo, in alcuni casi,  ricevuto anticipi o facilitazioni finanziarie, o essendo lo stesso incettatore comproprietario dell’imbarcazione. Destinato a pescherie e ristoranti italiani ed europei, e immesso perfino nei mercati ittici del centro-nord del nostro Paese per seguire l’iter della vendita all’incanto, il pescato dei natanti mazaresi resta davvero quasi del tutto invisibile alla popolazione locale. Solo una modestissima parte, meno del 10%, di quella complessiva è commercializzata a terra e venduta all’asta locale.

Che Mazara – per antonomasia terra di passaggi e di traffici commerciali -  sia oggi priva di un mercato degno di questo nome è davvero paradossale se si pensa che Edrisi  la descrisse come “splendida e superba” con i suoi “rigurgitanti mercati”, se si considera che il suo porto, prima di diventare prestigioso centro di pesca, fu fin dall’antichità notevole emporio del Mediterraneo, se si riflette, infine, sul ruolo che in questa città di mare e di frontiera hanno da sempre avuto gli scambi  e la circolazione degli uomini e delle merci. Il paradosso assume i caratteri della beffa, nel quadro di un’economia mondiale che ritorna a celebrare il “dio mercato”, delocalizzando i processi produttivi e globalizzando i consumi.


(tratto dal periodico L'arco 08-2004)

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