www.mazaraonline.it
 
Padre Gaspare Morello
L'esperienza ed il ruolo nella Mazara degli anni '60
 

                                                          di Giuseppe Inzerillo

Degna davvero di sostegno e di apprezzamento appare l’iniziativa promossa dal Lions Club di Mazara con l’intento di analizzare, anche attraverso le testimonianze di personaggi non privi di credibilità culturale, le vicende mazaresi negli anni ‘60 del Novecento, cioè di un periodo storico che personalmente ritengo di autentica svolta rispetto alle condotte politiche, individuali e collettive del passato. Una svolta che se analizzata nelle sue implicazioni di ordine etico - civile può contribuire a far capire a strati più vasti della popolazione i limiti presenti della partecipazione asfittica ed inadeguata ai fini delle deliberazioni municipali, nonché la gravità dei ritardi e delle strozzature nei processi faticosi della formazione e della promozione di un’autentica classe dirigente, responsabile e conscia dei suoi doveri nei confronti della cittadinanza.

C’è quindi in questa iniziativa una sorta di pedagogia civile che, al di fuori di riprovevoli schematizzazioni ideologiche e strumentalizzazioni di fazione, può suscitare un rinnovato interesse per il destino della “cosa pubblica” per troppo tempo lasciata colpevolmente nelle mani adunche di ristretti gruppi oligarchici (trasversali e comunque di non univoco segno politico e corporativo).

In questo confronto tra passato e presente appare allora inevitabile l’incrocio tra le biografie professionali, culturali, politiche e religiose di quanti in quegli anni vissero più o meno consapevolmente, la svolta che portò ben presto Mazara dalla fase civile del pudore individuale e collettivo a quella sempre più crescente dell’arroganza sfrontatamente esibita.

Lungi da me l’idea di voler corteggiare una improbabile età dell’oro della vita civica mazarese: soltanto la registrazione di fatti e fenomeni che la cittadinanza non aveva per l’innanzi misurato nei loro effetti degenerativi prolungati e purtroppo percepiti ormai come irrimediabili e irredimibili.

Padre Morello appartiene appunto a quella generazione che negli anni ‘60 del Novecento visse - ormai non più giovanissimo - e subì la svolta radicale di Mazara sul terreno politico, amministrativo, sociale, economico, morale e culturale.

Rientrato nella città natale dopo molteplici esperienze, soprattutto a Fermo dove era stato Preside del locale Liceo Classico e Presidente del Comitato di Liberazione, divenne ben presto, non dimentico della sua antica militanza sturziana nel nascente Partito popolare del primo dopoguerra, osservatore attento di quella batracomiomachia politica che si svolgeva sotto i suoi occhi, divertiti o angosciati secondo umori intellettuali e viscerali.

- Più tardi incominciò a maturare la convinzione di diventare a poco a poco una specie di profeta disarmato, in costante o prevalente dissenso rispetto alla indistinta e sostanzialmente omogenea direzione amministrativa cittadina di questa o quest’altra fazione (secondo immeritate fortune elettorali).

Erano già lontani gli anni della sua formazione ideale e anche quelli del serrato confronto in terra marchigiana. A Mazara vedeva pochi liberi e forti, molta fiacchezza morale e sfacciata sovrapposizione di interessi personali su quelli della più vasta comunità cittadina. Reagiva con suo indimenticabile temperamento sanguigno anche nelle prime trasgressioni trasformistiche e alle indulgenze demagogiche e clientelari che minavano alla base l’esercizio consapevole e responsabile del suffragio elettorale. Ma forse non ebbe fino in fondo piena consapevolezza delle cause del malessere politico della città. Osservava che si era inceppata una vita pubblica energica e sana dopo gli entusiasmi dell’immediato secondo dopoguerra ma faticava a riconoscere le cause di fondo, nazionali e internazionali, della degenerazione amministrativa e del malcostume crescente ed inimmaginabile.

Forse alla sua acuta intelligenza sfuggivano, in una certa stagione della sua vita, alcuni passaggi significativi che Mazara politica convulsamente viveva, e che brevemente possono così essere sintetizzati:

1) L’ingenua transizione verso la poligenesi sociale promossa insieme da intellettuali, contadini, operai ed artigiani si era arrestata anche a Mazara. Il tessuto democratico alternativo si era sfilacciato con l’esaurirsi di tante iniziative editoriali e culturali e con la partenza verso più lontane esperienze di personaggi come Cilluffo, Di Stefano, i fratelli Novacco e tanti intellettuali idonei a suscitare un concreto autentico dibattito politico;

2) L’avvento alla direzione amministrativa della città di un ceto nuovo proveniente dal settore marinaro. In forte fase di sviluppo attraverso politiche nazionali e regionali di sostegno. Era una rappresentanza nuova, in precedenza quasi impedita dalla precarietà del rapporto con la terra e il prolungato lavoro sui motopescherecci (mentre ora l’aumento del numero degli armatori suggeriva aggregazioni di tipo corporativo - politico nel tempo libero a disposizione) una volta riscattata la fatica sulla barca;

3) incidenza decrescente del ceto medio professionista degli artigiani e dei braccianti agricoli nella formazione dei gruppi di potere locale e nella rappresentanza di interessi più generali;

4) declino della economia agricola nel contesto cittadino e fuga dei braccianti verso città e Nazioni che garantivano una meno povera retribuzione (e i braccianti erano fortemente organizzati sul piano politico e sindacale, e determinanti per lungo tempo nelle scelte elettorali e nella designazione delle rappresentanze civiche);

5) introduzione del sistema elettorale proporzionale che frantuma la semplificazione precedente (destra o sinistra), rende precaria la formazione e il mantenimento della direzione complessiva della macchina municipale, affida al singolo consigliere un ruolo determinante nelle decisioni presentate di volta in volta nel consiglio municipale (sottoponendolo alle tentazioni della corruzione della coscienza e alle turpi tentazioni del clientelismo sempre immanente in Italia).

In questa situazione di crescente ricchezza - non filtrata dalla mediazione del tempo e della cultura - non ci sono più punti fermi né stelle polari né sana dialettica politica né scelte urbanistiche sapienti e preveggenti (si pensi alla presente mobilità urbana convulsa e perniciosa sulla salute pubblica a causa del disordinato, improvvido, clientelare sviluppo pluriennale a macchia d’olio della città oltraggiata in maniera irreparabile).

Il profeta è disarmato, cerca collaborazione anche oltre i confini del suo modello ideale e religioso, con gli uomini di buona volontà e i giovani ancora non bacati dal malore civile. Restano certo le opere di assistenza e di solidarietà, e l’impegno nelle scuole non statali. Ma c’è troppa distanza tra l’altezza della sua concezione della vita civica e la miseria della quotidianità pubblica interpretata da figure concittadine inadeguate, vili e perfino corrotte. A questo punto capisce che è destinato inevitabilmente alla sconfitta insieme alla città amata comunque sino all’ultimo.

La stessa istituzione scolastica ritenuta sempre quasi come uno strumento demiurgico del cambiamento e dell’ordinato progresso civile, la scommessa vincente per la formazione della nuova classe dirigente riformatrice, lo costringe a previsioni pessimistiche. In una lettera indirizzata nel 1975 al Preside del Liceo di Fermo scrive fra l’altro: “... evita però la politica e sii al di sopra delle fazioni. Ricordati però che la Scuola deve guidare e non essere rimorchiata”... Se i professori “saranno mediocri gretti e senza ideali, né impegno di formazione e di promozione per sé e per gli allievi, la Scuola diverrà l’anticamera di un qualsiasi partito e fucina di faziosità”.

Questa vigorosa e ruvida personalità mazarese, che coltivava l’arte della religione civile intrisa dei connotati propri di una forte idea di autorità, senza la quale ogni proposito sconfina e scade ineluttabilmente nell’anarchia velleitaria e inconcludente, apparteneva forse a quella schiera di sacerdoti del cattolicesimo mazarese impegnato nello studio dell’Otto e Novecento. Ma l’insegnamento sturziano gli suggeriva di andare oltre sulla strada della concretezza operativa che rifiutava comunque ogni scoria demagogica e populistica. Preferiva perciò ricorrere al criterio della insopportabilità quando si trovava di fronte a giovani e anziani irresoluti, faziosi ed incompetenti, artefici del degrado del costume pubblico cittadino. Un laico quindi, sia pure con abito sacerdotale, che amava discutere con uomini di altre frontiere ideali senza dimenticare tuttavia i cattolici conservatori come Vito D’Andes Reggio al quale volle intitolare la sezione locale della FUCI.

Ricordo, per finire il suo compiacimento quando seppe che per la mia tesi di laurea avevo scelto un autore a lui assai caro, J. Maritain, in quegli anni non molto noto al di fuori di una cerchia ristretta di autorevoli esponenti del mondo cattolico. E il suo compiacimento ricordo che si rafforzò quando gli spiegai che io - laico - avevo scelto un autore che nei suoi scritti successivi a “Umanesimo integrale” nettamente rifiutava l’unità politica dei cattolici come scandalosa e foriera di coinvolgimenti preoccupanti, mentre per Maritain era preferibile, come già accadeva in tante Nazioni, che il cattolico, sul terreno politico, corresse la sua responsabile avventura intellettuale, magari lasciando lievitare con il proprio esempio e con il proprio pensiero la vita civile di tutta la comunità.

Nelle difficoltà presenti uomini come Morello possono ancora suggerirci, metodologie per una vita comunitaria più sana. Scrisse una volta sul nostro settimanale” La battaglia”, che i migliori giovani se ne erano andati altrove. Oggi se noi sopravvissuti possiamo affermare che molti uomini come Morello sono andati via dalla città terrena, possiamo anche provare a farli ritornare, attraverso il loro pensiero, nella nostra memoria e nella vita cittadina. Proviamoci.

(tratto dal periodico L'arco 08-2004)

 

                            

Hit Counter