COMMENTI                                       Mazara del Vallo

                                                                                 

                             

 

IL MARE

COSI’ VICINO, COSI’ LONTANO

Antonino Cusumano


   

Lungomare di Mazara
Uno dei più illustri teorici dell’estetica del paesaggio, Rosario Assunto, ci ha insegnato che «la bellezza che contempliamo, e di cui godiamo quietamente, è bellezza della rappresentazione, non di ciò che è rappresentato». Così è per i paesaggi, che sono sempre prodotti della cultura, e in quanto tali oggettivazione e proiezione dei modelli culturali di rappresentazione. Se è vero che il luogo che abitiamo sembra essere la parte estroflessa del nostro corpo, sua protesi o prolungamento esterno, l’identità non risiede tanto nella datità fisica dello spazio quanto nei significati da noi attribuiti ai significanti utilizzati.

Il mare che sta davanti a noi non è un paesaggio convenzionale, non essendo elemento inerte né mai uguale a se stesso, nel colore, nella forma, nella luce. Per chi come noi è nato e cresciuto vicino al portocanale, quelle acque sembrano penetrare nelle case, scorrere nelle vene della città, declinare l’orizzonte del nostro sguardo e dei nostri passi. Il mare non è soltanto il luogo fisico della pesca e dei pescatori. E’ presenza ineludibile nella quotidianità della vita, evidenza tanto ovvia da diventare invisibile, percezione tanto empirica da evaporare nell’astrattezza dell’abitudine, tanto prossima da scivolare nell’assenza.

Nessuna cosa è più del mare immediatamente manifesta. Eppure sembra che nulla sia più lontano dalla vita civile e culturale della città. Accade perfino che chi vive accanto al mare non ne avverta più i rumori, gli odori, non senta più il privilegio della luce che da quella superficie di spume e di onde si riverbera e investe e pervade ogni cosa. Può accadere così che qualcuno voglia chiudere questo orizzonte, voglia spegnere questa luce, voglia soffocare questo respiro, nell’indifferenza generale, nella distratta apatia della maggioranza dei cittadini. Può accadere così che si proponga e trovi benevolo ascolto la scellerata ipotesi di realizzare un porto turistico proprio davanti alla passeggiata a mare, una proposta sostenuta da velleitarie argomentazioni economiche e da più oscuri intrecci ed interessi politici.

E’ già accaduto in passato che si sia perpetrato uno scempio sul corpo della città nel silenzio dell’opinione pubblica. E’ stato distrutto l’equilibrio architettonico della piazza principale con la costruzione di quel monumento all’orrido rappresentato dal palazzo municipale. Ora si vuole strappare allo sguardo dei mazaresi quel mare che ha sempre accompagnato la traiettoria del loro tempo, la dimensione infinita dello spazio. Un muro di antenne, pontili, scali di alaggio, di scafi, da cinquecento a mille posti barca, dovrebbe, secondo questo progetto, innalzarsi sul mare lungo tutta la passeggiata: una barriera di fortissimo impatto irrimediabilmente posta tra la città e il mare, una violenta cesura nella trama del paesaggio e nello specchio di luce, una ferita nel cuore di chi guarda e cerca l’orizzonte.

Non so se la bellezza salverà il mondo, come ha scritto Dostoevskij. Certo senza la bellezza il mondo non si salverà. La cosiddetta modernità ci ha abituati a tenere separati estetica ed etica, termini che gli antichi Greci ritenevano indistinguibili, essendo nella prima parola contenuta non a caso già la seconda. A guardar bene, l’estetica è la cartina di tornasole dell’etica e le categorie di bene e male, prima di essere morali, sono eminentemente estetiche. Nell’uso degli spazi urbani, nella loro qualità sociale e culturale, si riflettono etica ed estetica degli abitanti, dei governanti e dei governati. Se a Mazara c’è un debole sentimento di rispetto per la bellezza, è anche perché c’è un grave deficit di etica pubblica. Non è forse vero che non riusciamo ad emozionarci davvero per ciò che è bello, non apprezziamo abbastanza i valori dell’armonia e della grazia espressi da una piazza liberata dalle auto, così come non riusciamo a difendere con forza l’incanto di quel lungomare che è uno dei balconi più affascinanti del Mediterraneo, per usare le parole dello scrittore Guido Piovene?

Il bisogno della bellezza ovvero il senso del bello non è un surplus né un lusso appannaggio di un’élite, è bene essenziale della vita di tutti, conoscenza e benessere, piacere e nutrimento. La bellezza di un paesaggio è patrimonio collettivo da rispettare e preservare con una battaglia democratica, nella consapevolezza che il bello non è superfluo ma è utile, non è un affare per esteti, ma ha un suo valore economico, è un diritto di tutti i cittadini, è un’eredità che dobbiamo consegnare ai nostri figli.

Nel brutto a cui ci rassegniamo, il volto della nostra città rischia di diventare sempre più anonimo, la qualità della stessa vita più povera e greve. Se l’egoismo dei singoli prevarrà sulla muta volontà della comunità, le generazioni che verranno ce ne chiederanno il conto. Ecco perché, associandomi all’appello di Tonino Salvo che, con passione e sensibilità, ci esorta a non piegarci alla sventurata realizzazione del progetto del porto turistico (Mazara delenda est), mi auguro che il mare possa ancora dispiegarsi davanti ai nostri occhi, così vicino e così lontano, con quell’incessante movimento di colori e di luci cangianti, che possa ancora essere contemplato nell’antico e ininterrotto colloquio con la città, così come l’hanno pensato e voluto i nostri padri.

Mazara 09/12/2008

 

                              

 

  
                                                                                      

 

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