Can. Antonino Castiglione (1844-1915)
  

 

Antonino Castiglione sacerdote e cittadino fu una delle più illustri figure del clero mazarese e diocesano, per virtù, per ingegno, per grande carità verso gli umili, per la sua opera apostolica. Il suo nome ebbe viva e vasta risonanza fra i dotti. del tempo per le sue pubblicazioni storiche, teologiche, esegetiche, filosofiche, per i suoi articoli sparsi in giornali e riviste, per la sua corrispondenza.

Nacque in Mazara il 3 luglio 1844 da una famiglia popolana di figuli, di povere fortune. Ancora giovinetto perdette i suoi genitori. Lorenzo, il fratello maggiore, sacerdote integro, caro e venerato maestro, dotto e pio, primo dignitario della Cattedrale e più volte Vicario Generale della Diocesi, prese sotto la sua cura paterna più che fraterna ed avviò al Santuario il piccolo Nino, che mostrava ingegno precoce e pietà grande. Nel Seminario diocesano, la più grande istituzione ecclesiastica mazarese, considerato un vero Ateneo, per la serietà degli studi e per il numero delle cattedre, e per la dottrina dei docenti, com­pì studi umanistici, filosofici, canonici, teologici, con tale profitto da meritare nel pubblico certame, in Cattedrale, l'elogio del Vescovo Mons. Carmelo Valenti, dei Capitolari, dei Professori, del pubblico numeroso e qualificato. Fu paragonato alla selce che percossa sprigiona scintille illuminanti. Per il suo Seminario, dove trascorse la sua gioventù nello studio e nella meditazione, dove più tardi insegnò, per lunga serie di anni, storia civile ed ecclesiastica, lettere latine ed italiane, sacra scrittura, teologia dogmatica e lingua ebraica, dov'era versatissimo, ebbe parole di gratitudine, di ammirazione, di elogio: "Quivi la gioventù veniva rigenerata come a vita novella, gli animi si ritempravano a forti sensi, le menti si aprivano a luminosi ideali, 51 infiammavano i cuori ad affetti elevati, si palpitava per le patrie speranze.

I suoi maestri appartenevano tutti a quel clero liberale, che tanta parte ebbe nella formazione della coscienza risorgimentale, più specialmente nell'ambiente ecclesiastico diocesano. Nel 1866, in rispondenza alle esigenze dei nuovi tempi, intuendo le irreparabili conseguenze alle quali sarebbero andate incontro le opere pie locali e diocesane, per leggi eversive che si preparavano in Parlamento, il Castiglione, ancora studente del corso teologico, compreso della necessità evangelica e sociale di venire incontro ai poveri, istituì nella chiesa di 5. Agostino, con l'approvazione del Vescovo Mons. Valenti, la Società di S. Vincenzo de' Paoli, di cui fu segretario, scelto ad unanimità di voti. L'esercizio di questo apostolato umile e nascosto non fu facile. Contro tale innocente istituzione fatta a base di carità e secondo lo spirito dei suo fondatore, Vincenzo de' Paoli, violenta si scatenò la voce dell'anticlericalismo locale, definendola "diretta a procurar proseliti all'oscurantismo, focolare di un minaccioso movimento reazionario, a capo della quale era un giovane sacerdote infaticabile e caldo, tratto da sfrenata mania di primeggiare. Al giuoco fazioso contro la Congregazione, mantenuta con l'obolo dei confrati e con quello questuato, si prestò, almeno come si tramanda, il pretore del tempo, il quale per sincerarsi dei propositi dei principali agitatori, riuscì ad assistere ad una loro adunanza travestito da pecoraio. E' inutile aggiungere che la Congregazione fu sciolta, i capi arrestati, la fiducia nella legge restaurata!. Gli iscritti erano vigilati attentamente e dalla polizia e dai massoneggianti più accesi. "Nello stesso anno (riportiamo le parole di un contemporaneo), nel mese di maggio, appena fu dichiarata la guerra contro l'Austria, per le leggi eccezionali, furono arrestati di nottetempo, il canonico Penitenziere don Lorenzo Castiglione, suo fratello chierico Antonino, Padre Giacinto Cavasenno del SS.mo Redentore, segretario del Vescovo, i fratelli Dottori Fugalli, l'abate chierico Antonino Giammarinaro ed il sacerdote beneficiale don Vito Romano-Morello, cappellano del Santuario di Maria SS.ma Paradiso. Altre persone furono esenti per errore di nome".

Ammanettati come comuni delinquenti, colpevoli solamente di portare la carità di Cristo ai numerosi poveri della città, di assistere con evangelica discrezione i casi nascosti, di aiutare l'orfano e l'indigente, la vedova e gli inabili, furono tradotti per le pubbliche piazze e svergognati in tutta la provincia come reazionari, rinchiusi prima nel castello di Trapani la Colombaia, e poi nelle carceri di Favignana. Il pericolo "che da un momento all'altro dovesse succedere in piccolo quello che nello stesso settembre avvenne in Palermo" era scongiurato. I sediziosi ormai erano stati assicurati alla giustizia ed il provvedimento era stato giudicato opportuno e salutare da chi l'aveva maliziosamente suggerito e da chi compiacente l'aveva fatto eseguire. L'ordine pubblico era garantito dalle baionette agli ordini del prefetto Spirito Racca, coadiuvato da Gaetano del Serro, viceprefetto del nostro mandamento, condiscendente ai voleri di ben individuati anticlericali. La fama vuole complice di questo arresto, anzi promotore, il Venerabile Trentatre della Loggia intitolata a Giuseppe Garibaldi, in pieno contrasto con le direttive della Società Operaia e dell'altra Loggia La Speranza, le quali, sebbene anticlericali per principio e per vocazione, pure, per ragione di opportunità tattica, fingevano rispetto alla Chiesa. La nera accusa scagliata contro il Clero, ma più specialmente contro i Confrati della Società Vincenziana ed in modo particolare centrata contro il suo giovane segretario, il chierico Antonino Castiglione, venne completamente svuotata di contenuto, dalla locale sottoprefettura con l'atto 13 marzo 1870. L'inchiesta minuziosa e particolareggiata condotta con maggiore tranquillità di coscienza, ridimensionando l'accaduto quattro anni dopo, giudicò quell'operazione poco opportuna, frettolosa, definendola con frase scultoria: "l'equivoco del 1866". Nulla la nostra società vincenziana aveva di comune colle cospirazioni borboniche, nessuna intesa aveva con immaginarie organizzazioni di bande armate ed il denaro dei congregati e quello raccolto dal suo ardente segretario era servito al mantenimento dei poveri e degli ammalati a domicilio, e non mai al foraggiamento delle bande armate per il sovvertimento del nuovo Regno. Gli accusati, cittadini incensurati e di provata fede italiana, ne uscirono illesi, furono giudicati innocenti, vittime di un equivoco, il loro prestigio personale rafforzato e consolidato nella pubblica opinione.

La pubblicazione di questo documento e le ulteriori indagini d'archivio modificherebbero le pagine scritte e pubblicate dal Nicastro, che certamente si lasciò influenzare dalle conversazioni del farmacista Salvatore Di Giorgi, convinto anticlericale, di sicura fede ghibellina, esponente della massoneria locale fin quasi agli ultimi anni di sua vita. Fu durante questo forzato riposo nelle anguste prigioni di Favignana, che il Castiglione si preparò con umiltà al sacerdozio, con piena libertà di scelta, pregando e perdonando di cuore ai suoi nemici, con la medesima fede, col medesimo ardore di Daniele nella fossa dei leoni. Scarcerato coi suoi compagni, negli ultimi di agosto dello stesso anno, ricevette l'ordinazione sacerdotale il 22 dicembre seguente.

Sin dai primi giorni del suo sacerdozio si dedicò all'insegnamento, impartendo gratuitamente l'istruzione elementare ai giovani operai ed artigiani analfabeti, servendosi delle sagrestie di S. Agostino prima e dell'Oratorio di S. Basilico poi, tutte le sere, alla debole luce delle candele. La sua azione disinteressata in mezzo alla classe operaia fu bèn vista da alcuni esponenti della Società Operaia, mentre fu osteggiata dagli intransigenti che, con subdole manovre, cercavano di screditarla agli occhi del popolo. La battaglia contro l'analfabetismo, fiancheggiata dalla Società di mutuo soccorso "La Selinunte", sebbene di modeste proporzioni, fu iniziata da questo giovane sacerdote coadiuvato da altro confratello, Daniele Ajello, il futuro direttore didattico. Entrambi combatterono e vinsero e si resero benemeriti educatori del popolo. I nostri artigiani li ricordavano con venerazione.

Nel 1868, nei locali del Seminario Vescovile, chiuso per ordine governativo, si era aperta la Scuola Tecnica, come era chiamata allora ed il Castiglione fu chiamato ad insegnarvi. Dopo due anni di lodevole insegnamento "le solite teste di legno accusarono il Castiglione perché insegnava senza il giusto titolo, senza averne diritto in una scuola promossa, mantenuta e stipendiata dal Comune". Il Castiglione, in una pubblica nota, fece sapere al popolo che il suo insegnamento era gratuito, condizione posta come base di accettazione della nomina, non sollecitata, e che così operando, ubbidiva alla sua coscienza di cittadino, di sacerdote, di educatore. Il 18 ottobre 1870, conseguì nell'Università degli Studi di Palermo, il Diploma di abilitazione per l'insegnamento della Lingua Italiana, Storia e Geografia. I suoi avversari tacquero e finalmente libero poté dedicarsi con maggiore tranquillità all'insegnamento sia nella Scuola Tecnica, sia nella prima classe liceale, istituita nel dicembre del 1876, a beneficio della gioventù studiosa della città, giacché le Scuole del Seminario Diocesano erano state arbitrariamente chiuse per ordine del Ministro della PI. e per istigazione dei soliti faziosi, collo specioso pretesto che i Superiori Ecclesiastici non vollero sottoporre il sacro istituto alla sorveglianza governativa. Sono di quell'anno le lezioni-commento alla Divina Commedia. I nomi di Francesco Paolo Perez e Alberto Buscaino Campo ricorrono frequenti negli appunti manoscritti del Castiglione.

A queste fonti aveva attinto il Castiglione, che, ampliandole ed arricchendole di nuove investigazioni, pubblicò i saggi di cui abbiamo fatto cenno, e che il Colacurcio desiderava fossero portati a compimento per la originalità del pensiero e per la novità dell'interpretazione. Chi tenta di ricostruire la grande attività del Castiglione e cerca di capire il valore della sua opera sacerdotale, caritativa, educatrice, molteplice e vasta, deve tenere conto della sua produzione storica, delle relazioni epistolari colle menti più elette del tempo, nella cerchia dei suoi studi e delle sue ricerche, dei suoi panegirici, alcuni dei quali dati alle stampe, dei suoi studi sulla genesi e palingenesi cristiana, sulla parusia di Gesù Cristo, sulle cose escatologiche e finali trattate nei suoi discorsi, sulla messa storica della Umanità, opuscolo ispirato a profonda dottrina ed a verace pietà, come scrisse il recensore dell'Ateneo di Torino; deve tenere ancora presente ed approfondire, quello che finora non è stato fatto da alcuno, i suoi scritti sull'Immacolata, in parte pubblicati e che dovevano formare la trilogia oratoria; i numerosi opuscoli su L'Aspettazione di N. S. G.C. ed il Manifesto Il sospiro di Patmos.

Questi gli scritti più conosciuti. L'ultima sua pubblicazione, La parentesi cosmica e l'energia del male, collo pseudonimo di Edenio Celestino, data alle stampe da Giovanni Gunnella nel 1914, è il lavoro al quale bisogna guardare con interesse: è il meno conosciuto. Nessun giudizio osiamo esprimere sulla tanto vasta produzione filosofica, teologico-dogmatica, esegetico­scritturale, senza esser tacciati di presunzione. Uno studio sul Castiglione era stato iniziato sin dal 1939 dal Prof Alfred Vaucher, S.A.S. da Collenges-sous-Salève (Alta Savoia, Francia) molto probabilmente interrotto per la sopravvenuta guerra". Durante cinquant'anni di fervido e fruttuoso apostolato senza retribuzione alcuna, egli protese la sua anima verso il cielo, ma non dimenticò la terra, dove era necessario combattere le nuove idee, venute da un cristianesimo impazzito e che era necessario riportare alla genuina fonte evangelica e cattolica, correggendo gli errori, smussando gli angoli, mitigando le aberrazioni, ridandole lo spirito e la carità cristiana che le erano state tolte. Il discorso della "Vera Croce" del 1872, in Campobello, detto davanti ad un pubblico molto modesto, se gli procurò fastidi colla Curia, lo fu perché aveva anticipato i tempi, aveva precorso ed intuito il pensiero di Leone XIII, mai per ragioni di eterodossia col pensiero ufficiale della Chiesa. I tempi ancora non erano maturi per dottrine ed orientamenti che pure si richiamavano, e con fondatezza, a tradizioni antiche della Chiesa. I soliti limitati, per fortuna pochi, rimasero confusi, quando il Castiglione dal pergamo in Cattedrale, nella prima domenica d'Avvento dello stesso anno, poté difendere pubblicamente quello che aveva sostenuto nella vicina Campobello. Le sue idee sociali così apertamente esposte e sostenute, sebbene non riprovate dalla Chiesa, sul piano pratico di quell'epoca e davanti a quello uditorio, furono però ritenute pregiudizievoli per il bene di quella cittadina e di quelle anime. In questo torno di tempo, il Castiglione istituisce e tiene un Circolo Letterario Giovanile "Niccolò Tommaseo coi giovani. più eletti e con dotte conferenze quasi tutte stampate. "Il Circolo si proponeva di contribuire all'istruzione e all'educazione della gioventù paesana, con diffondere la cultura, ravvivare lo studio delle cose patrie e locali, ed educare cittadini degni della gran Patria Italiana; primo dovere imposto ai giovani, il mantenere lodevole condotta morale e politica. Ma purtroppo ebbe corta vita".

Nel marzo del 1875, due anni appena dopo la fondazione del Circolo Tommaseo, fonda e sostiene, con mezzi propri e con la pubblica sottoscrizione, una Rivista di Scienze Lettere ed Arte per la Sicilia Occidentale, Il giardino letterario, dagli scritti brevi e senza pretensione, dalle notizie che valgono a mantener vivo nella gioventù l'amore del sapere, i succosi giudizi bibliografici di opere che era difficile trovare in loco o acquistare per l'alto costo. Rivista che tanto onore fece a Mazara, e di cui furono collaboratori ordinari e di onore gli ingegni della Città, dell'Isola, della Nazione ed i personaggi più illustri. Mantenne un'attiva ed abbondante corrispondenza con Niccolò Tommaseo, con Cesare Cantù, con Aleardo Aleardi, con Lionardo Vigo, con Alfonso Capecelatro, con Gaetano Alimonia, con don Luigi Tosti, con Gregorio Ugdulena, che fanciullo, aveva conosciuto ed amato in Mazara, al tempo del suo esilio politico, col padre Ludovico da Caloria, con il messinese Annibale Maria di Francia, il fondatore degli orfanotrofi antoniani e col Padre Ireneo Polo, che fu il suo direttore spirituale. Salda, vera, sincera amicizia lo legò a Padre Vito Pappalardo, canonico e poi Provveditore agli Studi di Trapani. La lode più grande, per il suo ingegno e per i suoi scritti, gli arrivò da Niccolò Tommaseo, che così gli scrisse da Firenze nel marzo del 1865: "Nei suoi scritti è prova d'ingegno e di senno; e quelle stesse idee che riscontransi in altri giornali e libri, io ho ragione di crederle pensate proprio da Lei, che non può conoscere quello che in Italia e fuori s'è detto, e tutti i giorni si stampa. Il potère poco leggere ha i suoi vantaggi, perché lascia agio a pensare da sé; ma gli ha pure i suoi inconvenienti, quando si risica di dare alle stampe cose che posson parere tolte da altri" Il suo discorso, "Educazione e civiltà", pronunciato nella chiesa nazionale del Collegio, s'ispira alle più belle pagine ortodosse del pensiero giobertiano nell'introduzione allo studio della filosofia e nel Primato, e del Tommaseo, del quale accettò i principi fondamentali dell'educazione, che "deve essere del corpo e della mente insieme". Seguiva gli ideali educativi del Risorgimento: educazione italiana e nazionale. In questo discorso, denso di idee, si riodono echi lontani e vicini di tante pagine dei nostri maggiori, ai quali certamente s'ispirò.

In questi anni, che possiamo dire gli ultimi passati nella scuola elementare e nel liceo ginnasio vescovile e privato, dove lasciò una sua impronta personale, il Castiglione ebbe la ventura di incontrarsi con eminenti uomini della scienza e della cultura, con Francesco Saverio Cavallari, con Teobaldo Fischer, con Teodoro Mommsen. Con questi dotti si fermò e discusse col Cavallari sulle Latomie del Mazaro, avanzando delle ipotesi, che ancora resistono, pubblicando in seguito, nel 1878, Le cose antiche di Mazara, sviluppando ed allargando quelle idee ed ipotesi, che aveva pensato e scritto nell'opuscolo Sulle probabili origini di Mazara. Con il Fischer discusse il fenomeno del "Marrobbio" e della "Fata Morgana" che si scorge di sovente sulle coste del Capo Granitola e Capo Fedo, volgarmente chiamata e conosciuta come città di Fallocchino; con Teodoro Mommsen infine sulle 23 iscrizioni latine classiche, sui sarcofaghi tardoromani e sulle urne cinerarie. L'incontro con Michele Amari era stato nel 1868. Desideroso di allargare le conoscenze della storia di Mazara nei tempi antichi "con istorica esattezza ragionando" e non "con la passione ed il pregiudizio, che fece velo agli occhi di vari scrittori e cronisti" si diede allo studio delle fonti con la severa obbiettività dello storico, iniziando la pubblicazione di alcuni articoli su giornali e riviste e concludendo le sue ricerche con l'aureo libro Sulle cose antiche della città di Mazara, che tutte le compendia ed altre ne aggiunge, correggendo precedenti giudizi, deformati da una lunga sedimentazione di errori.

Innamorato della sua città natale, della sua storia, dei suoi monumenti, di cui fu per moltissimi anni Ispettore onorano, attaccato alle tradizioni della sua Cattedrale, volle qui trascorrere la sua esistenza, mai allontanandosi, rifiutando onori e incarichi, in Diocesi e fuori. Il campo di apostolato, a lui particolarmente caro, dopo la scuola, fu quello caritativo, nel quale trascorse tutta la sua esistenza, istruendo, catechizzando, beneficiando. Pensando ai poveri, alle vedove, agli orfani, alle vergini fanciulle pericolanti, all'infanzia abbandonata, lascia la chiesa di S. Agostino e si "accampa a Torrebianca: hic manebimus optime", deciso di innalzare a Gesù Lavoratore il tempio della Carità. Il Castiglione acquistò 5200 mq di terreno, fabbricò la chiesa, eresse la Casa di Carità per tutti, con tanto zelo e sacrificio impiantata sul modello del Cottolengo.

Ormai vecchio, stanco, poverissimo, si ritirò in volontario esilio, in una modesta casa del Transmazaro, dove aveva cercato rifugio e conforto tra i lavoratori del mare, coi quali spezzava il pane, la sera del 6 aprile 1915, placidamente si addormentò in seno a quella Religione di cui era stato degno ministro. Fu l'ultimo di una antica stirpe di Leviti al servizio di Dio e del prossimo.

(di Alberto Rizzo Marino da Mazara 800-900)

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