Pietro Consagra
Una vita per l'arte
 

                                                     di G. Maria Pia Sammartano

     "Poiché sembra al centro del mitico paradiso terrestre .." così comincia l'autobiografia che il Maestro già nel 1980 ha voluto affidare alla stampa forse perché consapevole che la sua vita potesse rappresentare una speranza ed un modello per tanti giovani del Sud in quanto essa aveva tuffi gli elementi dei migliori romanzi di appendice; umile nascita, povertà, incontro con il mecenate, malattie, intelligenza, amori, forte desiderio di affermazione...

     Mazara ha avuto il privilegio di dargli i natali il 4/10/1920 dal papà, venditore ambulante, di origine palermitana e dalla mamma Maria, casalinga mazarese.  

    Finite le elementari, il padre Luigi lo iscrisse all'ENEM (Scuola Marittima), progenitore dell'IPSAM, dove il giovane Pietro manifestò subito un'autentica attitudine verso il disegno. Racconta un suo professore, il p. t. Giosuè Norrito che un giorno il dotto Mons. G. B. Quinci (1856 - 1935), docente di disegno geometrico in quella scuola, assegnò in classe il compito di disegnare due esagoni uguali. Pietro, in breve tempo, non solo eseguì perfettamente la consegna, ma fece di più: inscrisse nell'uno il viso di Vittorio Emanuele 111 e nell'altro quello di Mussolini.

     Tale fatto suscitò l'ammirazione del buon docente che assegnò dieci al compito. E ai colleghi che si meravigliarono per tale valutazione attribuita ad un alunno che non brillava in nessun'altra disciplina, egli rispose candidamente che il giovane in disegno ne capiva sicuramente più di lui. La manifestazione ditale inclinazione fu tanto precoce quanto prepotente perché egli disegnava "su tutto e con tutto" e presto divenne in paese anche l'unico bravo a lavorare la creta.

     A 16 anni Pietro alla scuola marittima preferì la scuola serale di disegno, dove iniziò a disegnare veramente, ad apprendere le varie tecniche e ad acquistare confidenza con ogni tipo di materiale. La sua notorietà cominciava ad aleggiare in città e ad incuriosire alcuni magnati mazaresi.

     Ancora diciassettenne, il più ricco mercante di vino, ma anche uomo di fine intelligenza, Luigi Vaccara, gli commissionò un mezzo busto in gesso, da riprodurre in marmo bianco di Carrara. Il p. t. Norrito racconta, a tal proposito, di essere stato testimone di un gustoso aneddoto.
Due cittadini, guardando in modo poco lusinghiero la fontana della piazza Mokarta (opera matura di Consagra), mostravano scetticismo sulle capacità plastico - realistiche del Maestro.
In quel momento si trovava a passare da lì Giovanni Vaccara, esperto enologo e figlio di Luigi, Norrito non mancò immediatamente di chiamarlo per chiedergli di mostrare ai due mazaresi il busto di marmo che egli teneva in casa. Fu cosi che i due scettici cittadini dovettero ricredersi ed ammettere le reali qualità artistiche del Maestro da loro più facilmente riconoscibili in un'opera classica: il vigore evocativo e la forte plasticità del lavoro non autorizzavano a sollevare alcun dubbio.  
                          

     Nel 1938 Padre Gaspare Morello, allora rettore della chiesa di San Vito in urbe o Santa Teresa (presunta abitazione del martire Vito), in occasione dei lavori di ristrutturazione, gli commissionò la statua del Santo da collocare in una nicchia soprastante il portale della facciata del Tempio, dove tuttora si può ammirare.

     Queste e tante altre opere, parte di fondi privati, si possono ancora ammirare: il busto in bronzo del professore Catania (1937), testine, pupi in terracotta, una testa all'amico d'infanzia Saro, rappresentano il periodo mazarese dell'artista improntato ad un "efficace realismo".

     Uno dei tanti giorni in cui egli era solito mettersi sull'uscio di casa (in via Castelvetrano, nei locali dell'ex fioraio Lentini) a modellare profili di popolane o visi di monelli, ebbe a passare l'uomo che avrebbe dato una svolta decisiva alla sua vita: il "professore" Francesco Catania, fotografo di professione, ma amante d'arte e generoso mecenate per vocazione. Questi riuscì a coinvolgere amici, professionisti e personalità varie, nella nobile impresa di mantenere a proprie spese il giovane, per fargli frequentare il liceo artistico del capoluogo siciliano.

     Diplomatosi nel 1941, egli si iscrisse all'Accademia di Belle Arti, nella sezione scultura di Palermo, grazie ad una borsa di studio. Attaccato per la seconda volta e in modo più virulento dalla tubercolosi, fu costretto a ricoverarsi in sanatorio, non prima però d'avere richiamato la mamma e la sorella e di avere trovato lavoro a quest'ultima che, da quel momento, divenne l'unica sostentatrice della famiglia.

     Proprio nel '42 il padre moriva all'età di 45 anni al sanatorio di Trapani. Pietro, invece, forse perché destinato a grandi cose e dotato di forte tempra, quando gli americani sbarcarono in Sicilia era già guarito dopo aver subito la resecazione di tre costole. E tornò a nuova vita fisica, ma soprattutto intellettuale. Conseguito il diploma nel '44, fece nuove amicizie e rinsaldò quelle antiche, soprattutto con Ugo Attardi.

     Proprio dal di lui padre Pietro cominciò a sentire parlare di comunismo "... e mi gonfiavo d'intelligenza. Era bellissimo sapere tutto quello che era successo in Russia ed in Europa. Mi sono iscritto al Partito vivendo una struggente emozione nel capire che la grande miseria della gente era una cosa che si poteva combattere".

     Cominciò ad ottenere i primi lavori su commissione ed incontrò Mario Rutelli, l'autore della fontana di Piazza Esedra in Roma. Tale incontro fu determinante per il giovane che rimase profondamente colpito da quella figura: "...sentivo il bel modo di trattare di chi era vissuto in una grande città..." Ed allora, pur tra le macerie della guerra, pur col cuore in pezzi per dovere lasciare sole le due donne nuovamente, egli capi "che tutto si decideva nel Continente... dove nascevano le primizie delle primizie".

     Egli senti forte l'imperativo di dovere andare per conoscere e praticare la grande arte. 'Avevo voglia  di raggiungere il massimo... di arrivare al cuore pulsante della creatività. .."Il rocam bolesco viaggio da Palermo a Roma al seguito delle truppe americane durò più di due mesi, dopo una lunga sosta a Napoli. Finalmente, verso la fine dell'agosto del '44, giunse nella capitale. Qui riuscì ben presto ad inserirsi nell'ambiente artistico romano pieno in quegli anni di fermenti rinnovatori. La società italiana, dopo la stasi di vent'anni di oscurantismo, usciva da un'oppressione che non era stata soltanto politica, ma anche culturale.  

     Gli artisti, i pittori, gli scultori furono tra i primi a ribellarsi a questo stato di cose, ad accusare l'arte e la cultura ufficiali. Consagra non mancò di portare il proprio contributo a questa polemica con scritti sull'Unità e con manifestazioni eclatanti. Frequentò altri artisti, giovani come lui: si riunivano nelle trattorie e nel suo studio di via Marguta, 48 che Guttuso aveva deciso di dividere con lui.  

     Il '46 rappresenta una tappa fondamentale nel suo iter artistico: durante le vacanze natalizie di quell'anno intraprese un viaggio a Parigi assieme a Turcato, Accardi, Sanfilippo e Maugeri. In quell'occasione venne a contatto diretto con le opere di Picasso e Leger e poté incontrare Arp, Laurens, Pevsner e Brancusi. Furono giorni di grande entusiasmo, giorni in cui conobbe la creatività di tutta l'arte moderna europea, giorni che determinarono la crisi del realismo e dell'espressionismo. Al ritorno, infatti, non riuscì più a portare a termine alcuna scultura che rispondesse ai vecchi canoni; perciò nel '47, assieme agli amici del viaggio parigino e con Guerrini, Dorazio, Perilli formò il gruppo "Forma" e progettò il giornale omonimo "Forma 1".

     "Gli elementi progressivi della nostra società" affermava il manifesto, "debbono mantenere una posizione rivoluzionaria e avanguardistica e non adagiarsi sull'equivoco di un realismo spento e conformista"... fu il rigetto del realismo in ogni sua forma. Consagra, nei pochi anni romani che vanno dal '44 al '47 aveva rasentato l'espressionismo, ma quell'esperienza fu breve, come già dimostrano le opere del '47. Dal rigorismo astratto-geometrico del gruppo "Forma" egli successivamente sfociò nella tematica assoluta, caparbia di una scultura a due dimensioni a cui mancava la terza, il volume.

     L'astrattismo divenne sinonimo di disobbedienza, di provocazione, di trasgressione alla retorica politica. "... Senza volerlo, diventammo provocatori della libertà di pensare dentro il partito", per tale motivo si scatenò un vivace dibattito in seno al PCI che vide schierati su un fronte Guttuso e Trombadori, "i sergenti" del realismo socialista, sull'altro "la cellula Margutta" invisa al partito perché sottratta ai dirigenti nel dire e nel fare. Gli anni della polemica del gruppo "Forma" furono importanti in quanto rappresentarono soprattutto la possibilità di un aggiornamento che contribuì ad ampliare l'orizzonte culturale degli artisti. Nel 1952, per la prima volta, Consagra espose le sculture alla Biennale di Venezia; cominciava il suo riconoscimento e la sua affermazione dopo che nel '48 una sua opera era stata rifiutata alla XXIV Biennale.

     Arturo Martini aveva parlato della scultura come di una lingua morta, Consagra volle contrapporre a questo concetto quello della "necessità della scultura" in un libretto pubblicato nello stesso anno '52. Essa era considerata realtà e non evasione e decorazione a patto di partecipare alla vita della forma in movimento, all'evoluzione di quel linguaggio artistico i cui maestri riconosceva in Boccioni, Gabo, Calder. Bisognava dunque partecipare alla vita moderna, "avere le nostre sculture per i nostri episodi, per i nostri pensieri". Sempre l'anno '52 rappresenta una tappa fondamentale nella sua vita di uomo: sposa a Roma in Campidoglio, la giovane americana, conosciuta qualche anno prima, Sophie Chander.

     Da questo matrimonio, che si concluderà con una sentenza definitiva di divorzio nel 1981, egli ebbe quattro figli: Maria, insegnante di danza e recitazione che fa la spola tra Milano e l'America; Pierluigi, pittore e scultore che vive in America; Francesca, che porta il nome del "Professore", anch'ella insegnante ed infine Giorgio.

     Dopo tale anno il cammino dell'artista è stato costante, non gli sono mancati i riconoscimenti della critica più qualificata, tra cui C.G. Argan, Calvesi, Nello Ponente, Marisa Volpi, Apollonio, Carandente. Nel '56, dopo l'occupazione russa dell'Ungheria e le denunce di Krusciov dei crimini di Stalin, la sua appartenenza al partito entra in crisi, fino a trasformarsi definitivamente in rinuncia nel '57. Nel 1960 riceve un grande ed ambito alloro: il Gran Premio per la scultura italiana alla XXX Biennale di Venezia.  

     La rinunzia al potere evocativo dell'arte ha ormai raggiunto un approdo stabile e la struttura esprime l'impegno morale di un'arte volta a rappresentare l'inumanità della vita contemporanea. L'eco della vita, dei rapporti tra un essere e l'altro, dei colloqui, della voce singola o della polifonia, passa sulle sculture per la sola via dello stile e la sua libertà formale è eccezionalmente estesa: bronzo, ferro, legno, marmo, pietra e perfino onice e lapislazzulo. E' del 1964 il dono che il Maestro volle fare alla sua città natale: quattro sculture in bronzo che vogliono rappresentare la nascita della vita dalle acque. L'osservatore che giunge da corso Umberto I ha l'impressione che esse nascano dal Mar Mediterraneo.  

     Durante il soggiorno a Mazara, in occasione del montaggio della fontana, egli dipinse 25 tavole che donò ai suoi vecchi amici. Perché oltre all'orgoglio, alla caparbietà, alla provocazione, alla sensibilità, all'amore per la sua terra e per i suoi antichi compagni, la cifra significativa della sua personalità è la generosità. Tutte le opere, tele, lito, acqueforti, bronzi, terracotte, disegni esecutivi e non, esistenti nei fondi privati e in quello pubblico, sono esclusivi doni del Maestro.

     Nel 1981 egli voleva ulteriormente arricchire la sua città natale di un grande regalo: la facciata - scultura per coprire il "Palazzaccio o l'alien" come egli stesso lo chiama. Sulla bruttezza e l'inadeguatezza architettonica del palazzo esistente credo che tutti siano d'accordo, ma sulla realizzazione dell'artistica quinta si sono create da subito due correnti antagoniste e sollevati problemi politico - burocratici, che non hanno consentito che il prezioso dono trovasse giusta collocazione a Mazara.

     Nella sala Consagra del Centro Polivalente si può vedere il plastico in compensato realizzato dal Maestro. Esso consta di un porticato a sei colonne sovrastato da tre ordini di finestre (21 in tuffo) le cui cornici altro non sono che sculture frontali in luminoso marmo cromato: materia che rappresenta uno degli ultimi approdi dell'artista. L'effetto d'insieme è quello di una struttura particolarmente dinamica, luminosa e raffinata nel contempo, espressione di quella "architettura espressiva" che nulla ha a che vedere con quella tecnica e perciò degna di essere collocata accanto ad edifici classici. 

     Nella stessa saletta d'arte moderna, oltre al plastico già citato, si possono ammirare: una grande scultura del 1973, alta cm. 190 ricavata dal granito rosso del Sud Africa, dal titolo "Rosso Levanto" che l'amministrazione ha acquistato nel 1982 dall'artista, forse per porre rimedio al torto patito da uno dei più celebri uomi ni di Mazara. Essa sfrutta la naturale, calda cromia di quel marmo attraversato da solchi netti che formano tante lagune in una superficie così finemente levigata da sembrare seta al tatto. C'è una seconda scultura sempre in marmo, ma di dimensioni ridotte ed una scultura in bronzo. Nella saletta attigua sono state adeguatamente sistemate tutte le litografie, le incisioni, le acqueforti che l'artista ha donato copiosamente negli anni. Ancora un centinaio e più di lavori aspetta di essere collocato adeguatamente. Nel 1968 Consagra incominciò a scrivere la Città Frontale: un testo che riassume il suo lavoro fino alla nuova ipotesi del Grande Oggetto, l'edificio creato da artisti.  

     Con la città frontale l'artista assumeva una posizione nuova verso l'architettura e verso gli architetti: non avrebbe più accettato di collaborare in seconda istanza, ma sul piano della progettazione. Era questo il tassello mancante al grande mosaico della poliedricità dell'artista che è scultore, pittore, grafico, poeta, saggista e da ora quasi "architetto".

     Personaggio ricco e complesso che tutti i critici hanno temuto sicchè orgoglio, fermezza di carattere, coscienza critico - ideologica, convinzione democratica e laica sono state le espressioni che si sono rincorse sulle pagine stampate in questi cinquant'anni della sua storia artistica.  

     Esempio di tale tappa, cui prima si è fatto riferimento, sono visibili nel teatro Comunale, nell'edificio degli autobus, "Meeting" (1983) e nella porta della città a forma di gigantesca stella (1982).  

     La varietà dei materiali adoperati si è andata arricchendo negli anni con esiti insospettati. Nel 1996 all'Accademia di Brera egli ha esposto una personale di marmi policromi che tanta risonanza e successo ha avuto. La sua fama internazionale non conosce soste nè parabole discendenti.  

     Nel maggio del 1997 ha esposto a Bergamo alcune sue opere in una mostra dal tema "Banche e panche"; e a novembre dello stesso anno ha tenuto una personale nella città tedesca di Darmstadt. Le sue opere figurano nei musei più prestigiosi di tutto il mondo da Tokyo a New York, da Helsinky a San Paulo del Brasile, eppure il suo cuore è sempre alla sua Mazara. In una vibrata conversazione egli ebbe a dirmi "mi sento responsabile di tutto ciò che accade in fatto d'arte a Mazara". Perciò mi piace concludere questo omaggio, ad uno dei figli più illustri che Mazara nella sua lunga storia ha avuto, con una frase simbolo che sintetizza la grandezza del personaggio:
"Ho fatto la mia scultura astratta per vivere da falco sulle cime di un orgoglio povero".

 

 (Lavoro commissionato dal Kiwanis Club e curato da G. Maria Pia Sammartano nel Dicembre del 2001)

                            

Hit Counter