MARE - PORTO -  PESCA                                       Mazara del Vallo

                                                                                 

                             


PESCATORI DI VENTURA

Rischiano la salute e spesso la vita sfidando ogni giorno il mare e le motovedette tunisine. 

Toni Capuozzo

marittimo mette i pesci nella "ghiacciera"«Io sottoscritto, Vito Asaro…»
Il diario iniziava come una vecchia memoria burocratica. Poi, rapidamente si trasformava in un'odissea di pene e sfortune, narrate con inaspettata efficacia: «Io sottoscritto, Vito Asaro, ricordo…»

«A bordo tutto procedeva normalmente, eravamo ventitré miglia a nordest di Misurata, il mare era calmo. A un tratto il timoniere ci informò che il radar aveva avvistato un piccolo oggetto che si muoveva a tutta velocità verso di noi. Non appena ci hanno avvicinati non ci hanno dato il tempo di parlare e hanno sparato in aria raffiche di mitra. La sparatoria è durata quasi un ora. Non ci rimaneva altro da fare che seguirli. La navigazione durò fino alle sette e trenta del mattino. Passarono diverse ore di attesa snervante prima che qualcuno si presentasse a bordo. Il sole stava quasi per tramontare quando finalmente si vide arrivare un sergente libico. Più che un sergente sembrava un cammelliere. Ci hanno fregato pesce e sigarette, vino e birra, ultime cose che a loro è proibito bere. Hanno bevuto tutto di nascosto e si sono azzuffati fra di loro. A questo punto non rimaneva altro da fare che affidarci a Dio.»

«Appena in cella ci siamo sentiti chiamare per nome: erano quelli della Giacoma Rustico, da due mesi prigionieri dei libici. Siamo rimasti molto impressionati nel vederli. Nessuno di loro era più riconoscibile, sembravano cadaveri ambulanti. Stavano tutti in piedi, con i capelli rapati a zero ma avevano il sorriso sulle labbra perché all'indomani avevano il processo e forse tutti i loro guai sarebbero terminati. Ci siamo salutati e abbracciati. C'era un gran fetore di merda, la cella era semibuia. In uno spazio di venticinque metri quadrati c'erano buttati a terra quindici materassi ed eravamo in trentadue: diciannove italiani, due tunisini e undici di razza che non siamo riusciti a individuare.»

«Improvvisamente, erano le sette del mattino, si sente un rumore di catenaccio. Uno dei carcerieri ci portava il latte. Il problema era come berlo, poiché quel fetente non aveva portato i bicchieri. Abbiamo preso il coperchio della caraffa, che solo a guardarla veniva la nausea e ne abbiamo fatto un bicchiere. Il coperchio non si poteva sciacquare perché l' unico rubinetto stava a dieci centimetri dal buco del cesso, situato a quel posto perché gli arabi non usano carta igienica. Nessuno di noi toccava cibo e ancora di più aumentava la nostra tristezza.»

«Erano quasi le quattro pomeridiane quando si sente di nuovo aprire la porta. Erano quelli della Rustico. Uno di loro a stento, con le lacrime agli occhi, ci ha detto che erano stati condannati a due anni di carcere. A queste parole si sono buttati tutti a terra con il viso all'ingiù e hanno cominciato a piangere e a singhiozzare. I libici guardavano questa scena e a qualcuno di loro spuntavano le lacrime, forse quelli che per sbaglio si ritrovavano il cuore più tenero. Ci hanno preso le impronte digitali e in più le fotografie con i numeri sul petto come se fossimo dei criminali, ma noi eravamo dei poveri pescatori che uscivano in mare affrontando tanti pericoli per sfamare i nostri figli. Eravamo innocenti e onesti cittadini italiani sempre pronti a pagare tasse e contributi per il nostro governo, fra noi ci domandavamo cosa fa il governo per noi.»

«I giorni in carcere passavano. Alle sedici incominciava la passeggiata nel cortile, più che carcerati sembravamo matti da manicomio. Il girotondo durava fino alle diciotto e trenta, ora di cena. Dopo nove giorni di carcere è venuto un guardiano a chiamarci, ha detto: visita per gli italiani.»

«Le prime parole che ha detto il console sono state: ragazzi non vi preoccupate che fra pochi giorni uscirete in libertà provvisoria. Immensa è stata la nostra gioia nel sentire quelle belle parole. Mentre il console faceva il solito discorso per tirarci su di morale il motorista Raspante Vito detto "Pacchianello" insisteva per sapere se sua moglie aveva partorito. Dopo ventinove giorni il console tornò. Quelli della Rustico di ritorno dal colloquio avevano le lacrime agli occhi. Qualcuno di loro singhiozzando riuscì a dirci che erano stati trasferiti al carcere di Tripoli mentre a noi della Francesco Primo era stata concessa la libertà provvisoria».

I marinai della Rustico vennero poi graziati. Ma storie come queste continuano ad alimentare gli incubi di Mazara.

A chi pensava Vito Asaro nei lunghi giorni della sua prigionia? Forse alla moglie, ai bambini. Forse a San Vito, santo protettore della città e suo personale.

Piazza Repubblica la domenicaUna statua in tufo consunta dal tempo, dal vento e dalla salsedine si innalza all'imboccatura del porto di Mazara del Vallo. E’ San Vito martire, faro spirituale dei cinquantamila suoi concittadini e della loro marineria. Nella mano sinistra il santo impugna un vangelo. Una croce resta sospesa là dove un tempo si levava la destra. Ma l'espressione del volto s'è fatta indefinibile. Non si saprebbe se dirlo condiscendente o ignaro, beneaugurante o acceso dall'ira.

La Maria Asaro aveva riempito le stive di cassette, le celle frigorifere di ghiaccio. Settantacinque tonnellate di nafta colmavano il serbatoio, ventinove tonnellate d'acqua dolce la cisterna di prua per l'acqua potabile. Anche l'ultimo dei tredici uomini dell'equipaggio era ormai salito a bordo. Il peschereccio diede due colpi di sirena, si staccò lentamente dalla banchina, fece manovra. Passò, scivolando nell'acqua iridescente di nafta, davanti alla statua di San Vito. I marinai si fecero il segno della croce. Sul molo, sotto a luce gialla dei riflettori, l'armatore stava ancora ritto in piedi, immobile. Dietro i finestrini appannati delle automobili si indovinavano i gesti di saluto delle mogli dei pescatori, dei figli insonnoliti. Era un lunedì sera, il tempo tirava al brutto. Uscimmo dal porto, il capitano ordinò di portare le macchine al massimo. La barca incominciò a rullare. «Dopo quaranta giorni di terra, so già che starò male», disse un marinaio. Dietro, Mazara sfumava nel buio segnato solo dalle luci delle altre barche che uscivano dal porto, una dopo l'altra. Sembrava una pia notte di processione, o l'alba feroce del giorno di apertura della caccia. La Maria Asaro. centonovantanove tonnellate di stazza per trentacinque metri di lunghezza, millequaranta cavalli, scivolata fuori dai cantieri di Ancona appena sei mesi prima, era il gioiello orgoglioso della piccola flotta dell'armatore Matteo Asaro. Riprendeva il mare dopo i quaranta giorni di sciopero seguiti all'ultimo sequestro.

I vecchi marinai, molti anni fa, avevano chiamato Banco dell'Avventura un fondale a una decina di miglia dalla costa, verso sud. Nella notte lo oltrepassammo, ci lasciammo alle spalle l'isola di Pantelleria, lo scoglio di Lampione, l'isola di Lampedusa, centoventi miglia da Mazara, più vicina all' Africa che alla Sicilia. Il mare era a forza quattro. Il marinaio andò a vomitare. Di ritorno, sorrise imbarazzato.

«L'anima di questa città è tutta nei suoi campanili», spiegano i depliants turistici e i libri di storia locale. A guardarlo di lontano, dal mare, il profilo di Mazara è rotto da meno devote tensioni verso l'alto. Una piccola selva di palazzi e condomini annega nel cemento cupole e campanili, vecchie residenze di tufo sontuoso e le case di tufo squadrato digradanti a mare. Mazara, capitale italiana della pesca. La ricchezza innalza case e il lavoro chiama immigrati. Nel corso degli anni, alla spicciolata, sono arrivati cinquemila tunisini. Sono andati a occupare i vuoti del fatiscente centro storico, le viuzze umide e buie che hanno preso il soprannome di casbah. In diecimila arrivarono i profughi del Belice, lasciandosi dietro le rovine del terremoto, i vecchi retaggi della miseria e i nuovi mostri della ricostruzione. Sono andati ad affollare i quartieri popolari della periferia.

I mazaresi, loro, si sono tenuti la casa in città e il villino al mare, per l'estate.

Il reddito medio è fra i più alti d'Italia, le richieste di rilascio di licenze di commercio superano del dieci per cento la media siciliana. Le vie si illuminano di negozi eleganti, gli incroci si intasano di grosse cilindrate, il mite inverno mediterraneo è sfidato da irrinunciabili pellicce  Nel silenzio delle strade secondarie gli studi tecnici e professionali, geometri e notai, architetti e commercialisti, sembrano alveari.

Tunisino pronto all'imbarco con il materasso in spalleAl turista frettoloso non sfuggono brandelli d'antologia, vecchie vestite di nero, coppole schierate davanti alla Camera del lavoro, manifesti di lutto sui portoni. La domenica mattina, fatta di pasticceria e messa grande, la passeggiata serale fra piazza della Repubblica e piazza Mokarta, tra granita e caffè, sono la Sicilia di sempre. A chiudere gli occhi, passeggiando, lo struscio delle suole copre i saluti e il chiacchierio, lasciando indovinare solo il silenzio degli sguardi. D’estate la passeggiata si sposta cento metri più in là sul lungomare. Ai primi freddi ritorna fra le due piazze. Allora il lungomare diventa così periferico che i carabinieri vi fanno i posti di blocco. I pensionati si spostano sulle panchine attorno per vedere se succede qualcosa. Non succede mai niente.

Dietro l'indolenza delle passeggiate e l'eternità delle abitudini, si dilata come una medusa un affare da miliardi, un formidabile crocevia di interessi. La pesca. Duecento pescherecci d'altura, altre duecento barche per la pesca sottocosta. Una quindicina di grandi armatori, una miriade di proprietari tuttofare. Cinquemila marinai, venticinquemila tonnellate di pescato all'anno. Migliaia di persone che lavorano nell'indotto, nel trasporto del pesce, nella commercializzazione. Un fatturato annuo ufficiale di cento miliardi. A dirlo, la gente sorride. Altri duecento miliardi almeno sfuggono alla rete del fisco.

C'è posto per tutti, nella piramide. Per l'imprenditore serio e capace e per quello che fallisce lasciando tre pescherecci sotto sequestro a Montevideo. Per il pescatore che vende l'anima e si fa finalmente una vecchia barca tutta sua e per l'armatore che invia sofisticate macchine da razzia marina in Costa d'Avorio. C'è il lusso sguaiato e ci sono le maniche rimboccate. C'è la compravendita di terreni e, forsennata, la lottizzazione abusiva. Grazie alla quale, firmando cambiali a pacchi, ognuno può farsi la casa di proprietà. Il pescatore guadagna e ama spendere. L'armatore guadagna e ama prestare. Tutti assieme danno da vivere alle boutiques, ai negozi d'arredamento, alle concessionarie d'auto, alle imprese edili. Un vortice di soldi, di capacità imprenditoriali, di lavoro duro, di spregiudicatezza. Qualche ingiustizia, anche. I pescatori, pagati in proporzione al pesce pescato, non sanno quanto e a che prezzo viene venduto. Le segretarie fanno confusione tra contabilità doppie e triple, i profitti degli armatori restano un mistero.

In definitiva, una bella festa. Come tutte le feste, si vorrebbe che non finisse mai.

Qualche anno fa un manifesto denunciò dai muri di Mazara l'evasione fiscale. La tributaria decise di fare qualcosa. I parrucchieri, multati a suon di duecentocinquantamila lire a testa, se ne ricordano ancora e non mancano più nemmeno una fattura.

Un'altra volta si era sul punto di fare il Mercato ittico. C' era già pronto un contributo regionale, ma gli armatori non volevano: troppo controllo sulle vendite.

I partiti si scornarono. La politica mazarese è complessa: il Pci in una volta sola ha perso il cinquanta per cento dei voti, il Msi sventola il doppio delle medie nazionali, i consiglieri repubblicani passano alla Dc, quelli democristiani si confondono nella complicata quadriglia. Ma alla fine ognuno viene preso al suo posto. Del Mercato ittico non se ne fece proprio niente.

A guastare la festa ci si sono messi l'impoverimento del mare e, con il colore e la imprevedibilità delle catastrofi naturali, i tunisini, padroni dei fondali dove sopravvive il pesce perduto.

Per difendere la macchina potente e felice Mazara si fermò in sciopero ai primi freddi di novembre. Per riprendere il corso della vita interrotta le barche di Mazara, quella notte, lasciarono il porto. Un capitalismo rampante e d'assalto, in terra e in mare.

I marinai si infilarono a dormire nelle cuccette di prua. «Quando si naviga si può dormire. Ma quando si gettano le reti è finita, il letto ce lo scordiamo».

recupero delle retiSilvestro Sammaritano, capopesca della Maria Asaro, quella prima notte si trattenne un po' a poppa quando gli altri già dormivano, come per una vecchia abitudine. «Quando siamo in pesca devo stare sempre a poppa. In cambio guadagno un po' di più. Così ho aiutato mio padre, sposato mia sorella, fatto la casa a mia madre e la mia. Poi ho tentato di mettermi in proprio, tre volte. La prima barca se n'è andata a fondo. La seconda volta abbiamo sbiellato il motore. La terza ho sbagliato soci. Ed eccomi ancora qua, dopo ventitré anni di mare. E il sogno di tutti farsi la barca. Tentare, ho tentato. Ma a trentanove anni uno incomincia a sentirsi stanco. Ogni tanto Sammaritano contemplava il mare pensieroso, come un nostromo da romanzo.

Martedì il mare era appena increspato. C'era una luce grigia quando, di mattina, gettammo per la prima volta le reti. La prima cala sembrò un'emozionata cerimonia.

Raccolti a poppa i marinai lanciano a mare la grande rete. Centocinquanta metri di funi si srotolano veloci, si tendono, la barca aumenta di velocità. Vengono calati a mare i divergenti, i due tabelloni di ferro e di legno che tengono aperto il sacco della rete mentre ara il fondo del mare. L'argano dà corda a cento, centoventi metri di cavi d'acciaio, la barca rallenta, procede piano, i motori a bassa forza, per cinquanta, sessanta minuti. Poi, a un segnale del capitano, l'urlo dell'argano che riavvolge i cavi fa accorrere tutti a poppa. I divergenti vengono risollevati. I marinai stringono le funi indurite dall'acqua. Nella scia della barca appare la rete, come una grande seppia che ondeggia nell'acqua verde di fango, spumeggiante di bolle d'aria, viva di pesce guizzante. Un gancio dopo l'altro la rete viene sollevata a bordo. È un momento concitato e veloce, come una colata di fonderia o il varo di una nave. Svelti i marinai sciolgono i nodi che stringono l'imbuto finale. La rete rovescia fuori uno scroscio d'acqua, di fango, macchiato del colore acceso delle triglie.

La cernita del pesceI marinai si accovacciarono a terra per fare la cernita del pesce e suddividerlo in cassette. Le triglie da una parte, le trigliette da un'altra, i dentici qui, le seppie là. Altri gettavano già la rete a mare. Poi iniziarono a lavare il pesce nelle cassette. Nel corridoio sottocoperta presero a disporre ordinatamente il pesce, in modo che ogni cassetta avesse uno stesso peso.

Sparsero il ghiaccio sulle cassette, vi stesero sopra dei fogli di cellophane, le stivarono nei frigoriferi. Fuori, a poppa, l'argano aveva già ripreso a coprire con il suo rumore quello delle macchine. Si tirava di nuovo la rete a bordo. Avanti così, venti cale al giorno, giorno e notte, mare buono e mare cattivo. È la bordata: sette, otto, dodici giorni di pesca, di fatica, di sonno. Le reti si trascinavano sul Banco maestro nordovest del Trentunesimo, fondale di trentasette braccia.

Il capitano guardava l'orizzonte come deve fare un capitano. Aveva una faccia da burbero buono, che scrutava pensierosa il radar, gli ecoscandagli, l'indicatore automatico di rotta. «Chi lo sa se verranno. A me due volte m'hanno preso. La prima ci tennero ventidue giorni e poi ci rilasciarono senza neppure pagare la multa. Ci avevano preso in acque internazionali. La seconda volta l'armatore pagò un riscatto di trentatré milioni. Tornai a casa con mia moglie, che era venuta a trovarmi. Il rischio è soprattutto con i libici, per loro è un fatto militare. I tunisini pensano al lato commerciale. Sequestrano venti, ventidue barche in un anno e si fregano tre miliardi». Gli chiesi se valesse la pena rischiare. «Vedi quegli uomini là sotto? Tranne due o tre avranno tutti almeno un milione di cambiali al mese da pagare».

Sotto, gli uomini lavoravano alla luce dei riflettori. «Sì, è il capitano che sceglie dove andare a pescare. E lui che conosce i fondali, le valli e le montagne del mare. Più a sud c'è un banco migliore di questo ma c'è anche un figlio di puttana tunisino che non si lascia scappare un peschereccio. Per adesso restiamo qui. Non va male. Quaranta giorni senza pesca è come un fermo biologico. Il pesce si riprende confidenza».

Nel municipio gli armatori dei pescherecci sequestrati s'erano dati allo sciopero della fame: così erano cominciati quei quaranta giorni. In mare i capitani si consultavano via radio sul da farsi. Le barche che già si trovavano in porto non uscirono, le altre rientrarono in massa, come per una crociata in Terrasanta. Il porto si riempì che non si vedeva neppure l'acqua. Piazza Regina, davanti ai moli, era colma di gente e di discussioni. «Sembra Natale», disse un marinaio. Con il trascorrere dei giorni lo sciopero, per amore o per forza, si fece più grande. Si fermarono i magazzinieri, i retieri, le fabbriche di ghiaccio, i camion. Fu come un grande motore che scandisce i suoi colpi sempre più piano, più lenti e distinti, fino al silenzio. Alla fine, come in un ultimo sussulto, si fermò l'intera città. Sciopero generale a tempo indeterminato. Sembrava La terra trema di Visconti. I comizi più roventi e applauditi li tenne un commerciante, Nicola Cristaldi, consigliere comunale e segretario della Federazione provinciale del Msi. I discorsi si chiudevano con un «Viva l’ Italia».

«A Milano si credono che il pesce viene fuori pulito». Il marinaio spalava il fango oltre le murate della barca. Le triglie rosse, le trigliole, i morselli, i dentici, le seppie e i calamari erano ormai ordinati nelle cassette. In un angolo erano state ammucchiate le spugne nere. Sul quadrato di poppa restava un mucchio di alghe, di pietre, di sabbia, di pesce scartato. Quintali di pesce non pregiato, che non conviene stivare e vendere. I gabbiani si buttavano a capofitto sulle macchie di fango e di pesce morto, formando scogli di ali bianche sulla scia della barca. In un angolo si dibatteva un palombo. Uno squalo in miniatura, dall'agonia lunga e penosa, che si consuma fino a quando non lo sventrano, facendone colare il sangue. Dal ventre di un palombo uscirono, bianchi e minuscoli, quattro o cinque piccoli. «Sono come le donne. Fanno i figli non le uova».

I figli, il pane, il lavoro. Durante lo sciopero Mazara ebbe un solo vocabolario, tratto di peso da I Malavoglia. Le delegazioni a Roma, l'occupazione del terminale del gasdotto che sale dall'Algeria, i blocchi stradali, i cortei, lo sciopero generale cittadino: su tutto e su tutti gravava un ricordo premonitore. Quello del settembre ’79, quando i pescatori avevano dato l'assalto al municipio prima e all'Associazione degli Armatori poi, bruciando in piazza mobili, scartoffie e il gonfalone del comune. Stavolta non successe nulla. Tutto culminò in una seduta del Consiglio comunale seguita in piazza da qualche centinaio di pescatori. La giunta rifiutò di promuovere uno sciopero cittadino. «Non spetta a noi», dissero. «Al massimo mandiamo il gonfalone. Quello nuovo.» La piazza si indignò, ci furono fischi. Poi i pescatori andarono a dormire e la Celere tornò a Palermo. Alla seduta mancava il sindaco Vella, colpito da un secondo collasso. Il primo era stato ai tempi del terremoto. Uomo mite e di cultura, a chi gli chiedeva degli sconfinamenti nelle acque tunisine, il sindaco aveva risposto con Virgilio: «Auri sacra fames, auri sacra fames...»

Nel pomeriggio si mise a piovere. Ci spostammo sul banco Ponente Tramontana, trentacinque e ventuno di latitudine, undici e quarantuno di longitudine. La pesca andava bene. La Maria Asaro ritornava dopo ogni cala su una rotta parallela alla precedente. Altri pescherecci, poco lontano, facevano lo stesso. Come trattori su un campo. Pescammo tutta la notte. Dietro la barca emergevano le schiene lucide dei delfini, davanti a noi avevamo nove pescherecci. Non c'è solitudine, nel canale di Sicilia. Pescavamo a tredici o quattordici miglia dal mammellone.

raccolta delle spugneUn tempo, la Tunisia concedeva i permessi di pesca. Mammellone escluso, i pescherecci italiani potevano spingersi nelle acque territoriali tunisine. Pagava lo Stato italiano, con un indennizzo a forfait, con prestiti agevolati e facilitazioni doganali. Poi Tunisi non volle più saperne di monetizzare le proprie risorse. Noi abbiamo il pesce, voi la tecnologia, mettiamoci assieme mandarono a dire, facciamo le società miste. Gli armatori mazaresi, a questa e a un' analoga proposta libica, fecero orecchie da mercante. Meglio rischiare, e tenersi tutti i profitti. La pesca di rapina rendeva, in tre anni ci si ripagava la barca. I tunisini se la presero male: scaduti gli accordi nel ‘79, nell'80 i riscatti richiesti per la liberazione di un peschereccio sequestrato raggiunsero la cifra record di ottanta milioni. «E’ una specie di pedaggio politico, ma è anche questo un modo per meritarci il rispetto dei tunisini». L'ufficio spoglio dell'armatore Matteo Asaro, solo un'anfora romana montata su un treppiede e una grande finestra sul mare in una città in cui si dice non esiste armatore senza i rubinetti d'oro in casa, esprime bene il personaggio, concreto e lungimirante: «L'importante è andare avanti. Risorse ce ne sono ancora per tutti. Il pesce non è il petrolio, che diventa un affare lasciarlo da parte. Ci sono banchi dove il pesce muore ancora di vecchiaia. E’ un peccato lasciare morire il pesce di vecchiaia». Matteo Asaro è il campione d'una gestione moderna, efficiente, i spregiudicata. Fu anche consigliere comunale, eletto come indipendente nelle liste del Pci. Si dice che la sua indipendenza fosse tale da mettere in forse l'autorità del partito.

A Mazara si teme che, dove non è riuscito l'impoverimento del mare, riescano i tunisini. Ridimensionare la marineria: la fine del sogno mazarese. Così si continua a protestare che i sequestri avvengono in acque internazionali. Succede, dopo un inseguimento. E succede anche che ci vada di mezzo chi non ha colpa. Ma che gli sconfinamenti siano, nella maggioranza dei casi, la regola, è un segreto conosciuto da tutti i cinquemila marinai di Mazara. Si invoca l'intervento della Marina militare italiana, e c’è chi è giunto a denunciare capitano per omissione di soccorso. E si continua a rischiare, con più fiducia nell' astuzia propria che nelle società miste con altri. «Le società miste? E che minchia sono? Che noi gli insegniamo il mestiere e poi ci danno una pedata in culo e via?»

Mercoledì notte si pescò poco. Alle sei del mattino ci spostammo di qualche miglio. Il mare era agitato. Capitano, dove siamo? «Siamo... be', lasciamo perdere, siamo nel mammellone».

Il capitano si chiamava Matteo Bono, ma, come tutti, aveva un soprannome. Anzi, due. "Demonio" da parte di padre, "Surci", topo, da parte di madre. Nella marineria di Mazara, grande famiglia, i cognomi che ricorrono sono sempre gli stessi: Giacalone, Asaro, Gancitano... Allora, per riconoscersi intervengono i soprannomi, le 'ngiurie, i nomi di battaglia ereditati di padre in figlio. Anche le barche hanno i loro nomi, ispirati al ventaglio senza fine della parentela, dettati dalla mitologia marinara, scelti in una vasta e protettiva consorteria di santi. Ma ci sono anche le barche che cambiano nome, come il Giovanni Gancitano che è diventato l' Umberto Pagano. Perché? «Ci sequestrano una volta. Alla seconda sei recidivo. Meglio cambiare nome...» Infine ci sono i nomi delle vie. Concittadini illustri, città, date storiche. E anche, grazie alla sfrontata nuova frontiera dello sviluppo urbanistico, le strade in attesa di nome. Si chiamano via Zeta. Ce n'è una decina, regolarmente riportate dalla guida telefonica. Via Zeta 1, via Zeta 2 eccetera.

"Campanaro" doveva la sua 'ngiuria a un impresa del padre, che voleva suonare le campane e ne fu suonato. Lui, il figlio, capopesca di professione e capopopolo di vocazione, prese la parola in quello che nella memoria della marineria è rimasto come il giorno dei comizi. Afferrò il microfono per dare una mano al sindacato che cercava di spiegare a pochi iscritti e ai molti diffidenti uditori che più di quanto ottenuto non si poteva e forse era il caso di tornare a mare. Rosso di capelli e nel volto, Campanaro ruggì nel microfono un discorso così urlato che molte cose sfuggirono alla platea. Ma l'entusiasmo e la verità di quel torrente di imprecazioni, appelli, sfide e invettive piacque a tutti. Un'ora più tardi toccò al Msi. «Abbracciate forte i vostri figli, prima di andare a mare. Può essere l'ultima volta». Sui muri il manifesto che proclamava a lettere maiuscole STATO DI AGITAZIONE ingialliva. Venerdì sera al cinema davano Tradimento di Mario Merola. Alla proiezione del pomeriggio c' erano cinque persone sedute in file diverse. Parlarono fra di loro senza guardarsi, gli occhi fissi sullo schermo ancora bianco. «Piove» disse un vecchio con la testa poggiata allo schienale e le gambe distese. «Sì» confermò un altro vecchio dal fondo. «Proprio adesso che si torna a mare» commentò un giovane. «Vediamoci 'sto film di Napoli» consigliò il primo vecchio. Il secondo prese a raccontare di quando era stato prigioniero a Napoli, ma cominciò la proiezione e gli altri lo zittirono. Domenica venne lo scirocco e tutti si svegliarono indolenziti e insonnoliti. Lunedì eravamo in viaggio. Tutti, come per una seconda crociata.

All'alba prendemmo una cernia di dieci chili. Alle cinque di mattina il cuciniere portò a poppa una terrina di verdura cotta. A pranzo mangiammo spaghetti, triglie, bistecche, cannoli e frutta. Un marinaio aveva spazzato con un getto d'acqua la botola della stiva così che servisse da tavola. In piedi, accovacciati, gli uomini mangiarono di fretta, prima che l'urlo dell'argano annunciasse che era ora di salpare" la rete. A mezzanotte, barcollanti sulle reti fradice, inzupparono delle fette biscottate nel latte caldo. Alle sei di mattina, nella luce umida sulla poppa dove il vento non riusciva a disperdere l'odore acre e rancido delle reti e del gasolio bruciato, il cuoco portò, fiero e felice, una fumante zuppa di pesce. I marinai infilarono tozzi di pane nei coltelli, li intinsero nella pentola, afferrando i pesci con le mani e mordendo a rapidi bocconi. Sembravano difendersi da qualcuno che stesse per sottrargli il cibo. Era solo la rete da tirare. S'era arroccata, impigliata in qualche scoglio sul fondo. La cucirono con gesti veloci. Già il sacco scendeva a mare quando con un colpo di coltello tagliarono il filo della riparazione. Nel pomeriggio venne un sole che scaldava le ossa. All'imbrunire, le luci di almeno trenta barche brillavano intorno a noi. «Vedi», disse il capitano «è la festa nazionale di Mazara». Sembrava un fuoco d'artificio che si spegne sull'acqua. All'orizzonte un cumulo di nubi lasciava indovinare la terra. Eravamo a trenta miglia dall'Africa. Cinquantacinque chilometri. 

Alle pareti della sala macchine stavano appesi calze e maglioni ad asciugare. Per parlare si urlava. «Bel motore, no? Però, mezzo milione di nafta al giorno. E il pesce è sempre meno. Allora vai a prenderlo dove c'è. Mica l'armatore ti obbliga a sconfinare. Conviene a tutti portare a casa più pesce. Due volte m'hanno preso, due». Gandolfo Antonino, secondo motorista, tornò a sedersi sulla soglia della sala macchine, un quotidiano aperto sulle gambe. Era vecchio di quattro giorni. «Lo leggo un pò al giorno. Un vizio che mi porto dietro da prima. Sono solo nove anni che vado a mare. Prima ero negoziante, sono fallito...».

Solo con due dei tredici uomini, tredici come in una canzone, dell'equipaggio mi capitava di rado di scambiare qualche parola. Uno era Falco Nicolò. Un giorno mi chiese un favore: calcolargli, imbarco dopo imbarco, l'anzianità di navigazione. Mi consegnò il suo libretto. Ci vogliono venticinque anni per andare in pensione. Falco aveva navigato per ventidue anni, cinque mesi e venti giorni. Falco, quarantasette anni, due anni e mezzo alla pensione, da allora mi sorrise sempre d'un sorriso grato. L'altro che m'era sembrato taciturno e scontroso, seppi solo alla fine che aveva l'influenza. L'iniezione per le tonsille gliel'aveva fatta, facendosi coraggio, il capopesca. Lavorava in silenzio e a ogni momento di pausa si seppelliva sotto le coperte, zitto e serio.

il mammelloneIl tempo peggiorò rapidamente. I marinai si reggevano aggrappandosi ai cavi e alle murate, lenti e irriconoscibili nelle cerate gialle e nere. Il mare era bianco, sul ponte le raffiche di pioggia si mischiavano agli spruzzi delle onde. La barca sprofondava e si marcava. «Peschiamo con qualsiasi tempo. Sono barche che tengono il mare meglio delle navi, giocano con le onde». Vito Gancitano, primo motorista, aveva una faccia aperta e cordiale. «Io un recordman? No, no. Mi hanno sequestrato molte volte, questo sì. La volta che ho avuto più paura è stato quando intervenne una vedetta italiana. I tunisini erano già saliti a bordo e ci spararono una sventagliata di mitra per minaccia. Finì che la nave italiana tornò indietro e noi piangevamo e tremavamo ma pensavamo meglio prigionieri che morti. La cosa più strana è che mi hanno sequestrato sempre al primo imbarco su un peschereccio. Anche con la Maria Asaro al primo viaggio si fa sotto una vedetta tunisina. Io mi mettevo le mani fra i capelli, mi stavo facendo una fama. Il capitano mi lanciò un'occhiata come per dire allora è vero. Per fortuna se ne sono andati. Otto sequestri ho avuto. Si può dire che conosco meglio la Tunisia che l'Italia».

Venerdì notte navigammo verso sud. Sabato, a giorno, eravamo sulla secca di Zuar, trentatré - quarantanove - cinquantaquattro di latitudine e undici - quarantotto - quarantatré di longitudine. Con la rete, ora, saliva più fango, ma anche il pesce era di più.

Il tempo s'era messo al bello. Nel pomeriggio ci allontanammo perché, con il sereno, è più facile che arrivi una vedetta tunisina. «Certo, ci vuole anche abilità. Prima di tutto è meglio usare il baracchino e non la radio, altrimenti ti individuano con i radiogoniometri. Ti individuano lo stesso, ma almeno non sentono quello che ti comunichi con le altre barche. Poi bisogna guardare il radar. Quando c'è un punto veloce che corre verso di noi e viene dalla costa, quella è una vedetta. E poi è meglio star vicino alle altre barche. I tunisini cercano di arrembarne una, lasciano qualche uomo a bordo e partono all'inseguimento delle altre. Ma intanto tu fuggi. Loro sono più veloci, sparano girandoti intorno, ma tu corri, arrivi in acque internazionali. Se c'è una vedetta italiana puoi sperare». Strategia di fuga di un capitano davanti a motovedetta con mezzaluna.

Altre mezzelune pendono, melanconiche, dal soffitto di un locale nella casbah di Mazara. E’ il circolo dei tunisini, affitto pagato dal consolato di Palermo, tavoli per giocare a carte, televisione e flipper. «Poveracci, non hanno colpa, in America gli pare d'essere». «Ci sono anche padri di famiglia, ma gli altri sono sporchi, ladri, vagabondi, pisciano per strada e insidiano le donne». La vita dei tunisini, a Mazara, ha avuto i suoi alti e bassi. Il primo arrivò, spaesato, nel '63. Adesso è una colonia, stabile come lo può essere un barometro. Se ne andarono a centinaia quando, ai tempi del terremoto, ci fu chi cercò di impedire loro l'ingresso nelle tendopoli. Se ne andarono nel '75 quando il Msi organizzò una raccolta di firme per il loro allontanamento e qualcuno, fra i mazaresi, pensò di andare oltre il simbolismo della firma. Se ne sono andati durante lo sciopero. Hanno bivaccato sui moli di Trapani, in attesa del traghetto per Tunisi, carichi di frullatori e tostapane, di piccola tecnologia del benessere domestico. Vivono ignorati, come se non ci fossero. Un razzismo incruento e quotidiano, fatto di piccole diffidenze e chiusure. Pochi mesi fa un convegno tenutosi a Mazara propose un gemellaggio con la città tunisina di Mahdia. Ai primi sequestri la proposta fu accantonata. Come il progetto della moschea.

Una sera venni invitato a cena a casa di Farha Mohamed, un tunisino che aveva lavorato in Francia. Chiamava gli abitanti di Mazara «les mazaristes», si lamentava del razzismo e pagava un milione e mezzo all'anno per tre locali a un padrone di casa trasferitosi a Milano per lavoro. «Ci odiano per via dei sequestri. Ma non è colpa nostra. Quando sul peschereccio sequestrato c'è uno di noi, è quello che se la passa peggio. A noi ci tengono in prigione. La sai la storia dell'asino? Ci sono un asino legato e uno in libertà. Quello in libertà se ne va in giro tutto il giorno. La sera il padrone picchia quello legato. "Perché?" fa l'asino legato. "Perché se eri tu quello libero facevi anche peggio". Così la pensano i mazaresi. Io conosco qualcuno, qui. Mi incontrano, mi salutano. Ma come,mi dicono, tu ancora qua stai?». Dopo cena sentimmo un po' di musica araba. Farha propose di andare a vedere un film pornografico, ma vennero altri amici e si restò a chiacchierare. Qualche anno fa ci fu persino chi li accusò di fare le spie, di segnalare alle vedette tunisine i pescherecci che sconfinano. Una specie di nemico interno, un virtuale ostaggio. Avere un italiano a cena, è già una festa.

Nelle ultime quarantotto ore avevamo preso cinquecento settanta cassette di pesce. Via radio, ci arrivò un messaggio da Mazara. A bordo girò la voce che saremmo rientrati a Mazara prima del previsto. Saremmo andati a Lampedusa, riempiendo le stive del pesce pescato dagli altri pescherecci dell'armatore. E poi via, a Mazara, prima che il gran rientro di tutti facesse calare il prezzo del pesce. Si sparse un'aria di festa, di allegria, di sabato. «E un bel mestiere, siamo noi che lo rendiamo brutto. Si pesca di più per guadagnare e più peschiamo più cala il prezzo».

In una palazzina che dà sul porto nuovo, a Mazara, sul lungomare dall'imaginifico nome di Fata morgana, c'è una sede del Consiglio nazionale delle ricerche. Anche da lì si predica, con molta buona volontà, sullo sfruttamento razionale delle risorse, sulla necessità di una politica della pesca. Fuori, non c'è il deserto. Ci sono i cantieri, pronti a sfornare nuove macchine d'assalto. Quella chiglia ferrosa, su cui i saldatori si affannano è il Tulipanon, roba da milletrecento cavalli. Meno spavalde, vecchie barche malconce attendono un capopesca che decida di farsi proprietario. A Palermo, negli uffici della Regione, c'è sempre qualche nuova cooperativa composta da barbieri e avvocati che decide di mandare a mare un peschereccio. I contributi non si negano a nessuno. «Lo sai che fa lo squalo del Mediterraneo? Mangia le sogliole. Se le sogliole aumentano, aumentano anche gli squali. Se diminuiscono le sogliole, diminuiscono anche gli squali. Come se fossero d'accordo. Proprio il contrario di noi».

Su un tavolo del Cnr, malinconico souvenir, c'è un pezzo di lamiera sbrecciata. E la chiglia di un peschereccio sparato dai tunisini.

Gli uomini erano stanchi, la barba lunga e gli occhi rossi dal sonno e dal vento. A poppa, barcollavano insonnoliti. Il capopesca, accovacciato, aveva gli occhi chiusi. Chinava piano la testa, poi di scatto la risollevava. «Picchietta la barca», sorrise uno. Picchiettare la barca è quell'operazione con cui si martella la vecchia vernice dello scafo per scrostarla definitivamente, prima di ridipingerla. Con la rete si agitava una macchia scura, enorme, sulla poppa scivolavano le ali nere di una grande razza. Il capopesca si sveglia, infila una corda nelle narici, fa un nodo e lo appende al gancio dell'argano. Centoventi chili frementi vennero sollevati oltre la murata, gettati a mare. La razza sembra stordita, si ferma un attimo in superficie, poi allarga le ali e se ne va, come un grande uccello libero. Nella rete c'è una tartaruga. La raccolgono in quattro, la rigettano a mare. Galleggia e poi sprofonda. Un'altra tartaruga nella rete, più piccola. I marinai si guardano. Finisce in uno sgabuzzino, per una lenta agonia zampe all'aria. «Non si potrebbe, ma è troppo buona. Aspettiamo che scoli un po' e poi la uccidiamo. Se muore da sola, non è più buona».

Dietro alla Maria Asaro volava solo un gabbiano nero. «Vaetari li chiamiamo, uccelli del maltempo». Con la mutevolezza improvvisa che è solo del mare e delle montagne, attorno si fece grigio. Le onde sembravano muraglie d'acqua, non si vedeva più a un miglio di distanza. La barca cadeva nel vuoto fra le ondate successive. Ogni volta un colpo sotto i piedi, l'acciaio che si scuote. Poi su. E giù ancora.

In questo stesso mare, l'inverno scorso, toccò al Bratsvo, un cargo iugoslavo. Quindici uomini si salvarono su una zattera, nove risultarono dispersi. A marzo affondò l'Agostino di Trapani, con cinque uomini a bordo. A febbraio, sugli scogli di Lampedusa s'era rovesciata la Prudentia di Mazara. Pochi mesi prima era sfuggita a un sequestro. «Buona sorte», s'era detto. Sei uomini si salvarono a nuoto. Cinque morirono. Fra loro due tunisini. Queste storie si raccontano sulla barca, ad alimentare fatalismo e speranze. Ci si ricorda del naufragio che fu scoperto con ventiquattro ore di ritardo, quando alcuni marinai si recarono all'ospedale di Lampedusa dove un mazarese trovato sugli scogli non era in grado di parlare: lo riconobbero subito come uno del Ben Hur. O di quella volta che un marinaio, travolto da un'ondata, sparì a mare e il corpo venne a galla con la rete della barca su cui lavorava un suo parente. O, ancora, il salvataggio del Nuovo Thymnos, con gli uomini sulla zattera gonfiabile e i soccorritori che non riuscivano ad accostarsi perché il mare era in burrasca e tutta Mazara seguiva i tentativi per radio, piangendo e mangiandosi le mani.

«Certe volte me lo chiedo anch'io,il perché di tanti sacrifici». «E’ una catena. Ci si ammazza per i figli e ci scappa il cuore, non li vediamo mai. È una droga, questo lavoro». «E’ quasi morboso questo senso della famiglia. Prima è la casa, poi è il terreno sul mare. Poi il villino». «In tre giorni, tre ore ho dormito. Torni a casa stanco morto. Devi dar soddisfazione alla moglie. Il giorno dopo riparti». «E’ duro anche per loro. Devono fare la moglie, il marito, il padre, tutto. Sono come vedovate». «Il mio sogno è ritirarmi, tornare a terra». «E’ il sogno di tutti. Ma veniamo gettati a mare da piccolini, a terra siamo come pesci. Il sogno rimane, diventiamo vecchi a mare». «La odiamo tutti 'sta vita, ma io la odio con le unghie di fuori». Carica di stanchezza e di pesce, la Maria Asaro risaliva un mare tumultuoso e felice verso Lampedusa, dodici ore a nord.

A terra, quello del sacrificio è un modello che scricchiola. Il pescatore giovane fa una bordata su due, si accontenta della metà dei soldi ma pretende di vivere. «Manca la voglia» dicono i vecchi. «C'è disaffezione» lamentano gli armatori. E danno la colpa alla droga.

Nel dolente elenco dei pescherecci sequestrati, uno viene regolarmente dimenticato. Lo requisì, trovatolo carico d' eroina, la Finanza di Palermo lo scorso febbraio. Cinque pescatori mazaresi e la moglie di uno di essi vennero arrestati. Passavano per pescatori sfortunati, ma i depositi bancari cantavano un'altra fortuna.

Mi invitarono a un matrimonio. Quando arrivai alla sala per ricevimenti Crystal, specializzata in banchetti di nozze e ricevimenti studenteschi, gli invitati, un centinaio, erano già alla frutta. Gli uomini portavano le cravatte slacciate. I pizzi e le trasparenze degli abiti femminili avevano lo stesso colore pastello della grande torta a piani dietro a cui, mano sulla mano sul coltello nell'atto di tagliare la prima fetta, gli sposi sorridevano al fotografo. Poi tornarono a un tavolino dove sedevano soli, sepolti da mazzi di fiori. Un enorme specchio alle loro spalle illustrava la solitudine delle due schiene in mezzo ai gladioli. Erano nozze senza allegria. Gli altoparlanti mandavano una musica che nessuno ballava, solo i bambini schiamazzavano inseguendosi fra i tavoli. «E’ che la famiglia di lei non voleva. Tutt'e due famiglie di pescatori, sì. Stamane la madre della sposa se n'è andata piangendo dalla chiesa. Non s'è fatto neppure il corredo, con gli amici che vanno a bere un goccio e confrontano i regali. Vedi, un giorno dalla borsetta di lei è caduta una siringa. Lui si fa, per questo non volevano». I camerieri portarono via la torta a piani. Era dì gesso, buona per ogni fotografia e ogni matrimonio. Poi arrivarono con il dolce vero, che la festa stava per finire.

Nel mattino ventoso della domenica Lampedusa sembrava un porto del Baltico. Andammo su in paese per telefonare alle famiglie. Le linee telefoniche cadevano continuamente. Tornammo al porto dove i sei pescherecci di Matteo Asaro s'erano affiancati. Da lontano, sembrava una piccola portaerei. Le cassette di pesce passavano da una barca all'altra, venivano calate nella stiva della Maria Asaro. Fra gli scafi una barca si accostava per raccogliere le spugne che avevamo a bordo. Sulle plance i capitani si facevano visita. Venne un fratello minore del nostro capitano. «Sono stato tre mesi prigioniero in Algeria. Ci avevano preso sull'Aramis. Capitano era un altro fratello nostro, il terzo. Per aiutarlo dissi agli algerini che il capitano ero io. Portarono via me. In carcere, ad Annaba, trovai un altro fratello, il quarto, fatto prigioniero anche lui. Siamo cinque, tutti capitani. Stavolta non si sono fatti vedere. Ma neanche le vedette italiane. Anzi, una vedetta italiana ha segnalato alla capitaneria di porto di Mazara i nomi di due pescherecci che stavano pescando nel mammellone. Invece di difenderci».

A sera le luci gialle dei riflettori sul ponte lucido di pioggia illuminavano l'allegria della Maria Asaro che tornava a casa. Un temporale aveva portato un po' di bonaccia. Vuotammo la cisterna d'acqua dolce per bilanciare il carico.

Cinquemila cassette di pesce, tante ne portavamo. Ci sedemmo a prua per fare i conti. La Maria Asaro aveva pescato pesce per una trentina di milioni di lire. Togliemmo sei milioni di spese e un tre per cento di sciupio che andava all'armatore. Restavano poco più di ventitré milioni. Metà andava all'armatore, metà all'equipaggio, diviso in parti: due parti al capitano, una e mezza al capopesca, una e tre quarti al capomacchina, una ai marinai. Mi interruppi due volte. La prima volevo capire quanto ci guadagnava l'armatore, che aveva sei pescherecci. La seconda di quanto aumentasse una cassetta, sette o otto chili di triglie, pagata all'equipaggio venticinquemila lire. Fui interrotto. Avevano fretta di sapere a quanto ammontava la parte di ogni marinaio. Erano settecentocinquantamila lire. Una settimana di mare. Il salario della paura, grossomodo, è questo.

Fu la radio a dare la notizia. Diciotto miglia a sud ovest dell'isola di La Galita era stato sequestrato un peschereccio, il Gaspare Giacalone. Gli algerini questa volta. Di notte, il mare era mosso, le vedette avevano aperto il fuoco, ferito il capitano e provocato un incendio a bordo. Era un altro fronte, decine di miglia a ovest. I marinai della Maria Asaro cercavano di radersi, guardavano a prua per vedere terra.

Mazara del Vallo apparì come d'improvviso nella foschia. Nella luce lattiginosa del mattino la statua di San Vito sembrava scomparsa. Nessuno ci fece caso. Sul molo attendevano l'armatore e i camion frigoriferi. Accostammo. I marinai si misero a scaricare in fretta, ne avrebbero avuto per tutto il giorno. Durante la mattina le automobili delle famiglie dei pescatori si fecero largo sul molo, fra i camion. Quella sera sarebbero andati a casa. Un salto dal barbiere, un'occhiata alle vetrine del centro, tanto per spendere la "ghiotta", l'anticipo di sessantamila lire sulla spartuta. La notte a casa, le confidenze, l'amore difficile. Intanto un camion cisterna riempiva il serbatoio d'acqua dolce della Maria Asaro. Entro quarantott'ore sarebbero ripartiti. Giù, verso il pesce proibito. Ancora mattina. Il piastrellista, i muratori, la cambiale da pagare, i figli a scuola, che loro non faranno i pescatori. Il caffè al bar, il pranzo a casa. Di fretta. Male di terra, così lo chiamano.

                                                         fotografie di Fausto Giaccone
  
  Articolo tratto da PM - Febbraio 1983

 

  
                                                                                      

 

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