TRADIZIONI, USI E COSTUMI                                       Mazara del Vallo

                                                                                 

                             


Il mestiere del “nassarolo”
nel territorio di Mazara del Vallo

Vincenzo Dario Asaro

    Il mestiere del “nassarolo” è uno dei più antichi e ricco di tradizione della città ed era molto diffuso avendo Mazara  un porto con molte imbarcazioni da pesca. Il lavoro che segue è frutto di una intervista al signor Asaro Vincenzo di anni novanta che si è fatto coinvolgere in questo viaggio attraverso il tempo e mi ha mostrato manualmente come si costruisce una “nassa”. 

     Il sig. Asaro è uno dei pochi “nassaroli” della nostra città ed ancora esercita questo mestiere dietro commissioni, per gli amanti delle antiche tradizioni, ma solo nella costruzione di elementi decorativi e piccoli souvenir.   I ricordi del sig.Asaro risalgono a tre generazioni: il nonno era un “nassarolo”, il padre aveva imparato un altro mestiere e lui ha continuato il mestiere del nonno che a sua volta proveniva da una generazione di costruttori di “nasse”, diventando uno dei più bravi e ricercati anche oggi alla veneranda età di novant’anni! 

     Mi ha accolto nella sua casa mostrandomi i suoi lavori a cui è molto legato  accettando di svelare quelli che sono i “segreti” di questo mestiere. Dal volto segnato dal duro lavoro di nassarolo e pescatore insieme, abile e bravo nel maneggiare gli strumenti, mi ha fatto scoprire qualcosa della mia città che mi ha commosso facendomi apprezzare le vecchie tradizioni. Fino al 1940 circa a Mazara  c’erano poche  imbarcazioni a motore che utilizzavano le reti a “strascico” per la pesca di altura, c’erano invece molte piccole barche che praticavano la pesca costiera o entro le 10 miglia; erano gestite dal capo- famiglia e dai figli maschi e permetteva di mantenere la famiglia.

     La “nassa” era lo strumento che permetteva la pesca e ne servivano tante perché spesso andavano perdute o distrutte da tempeste e rese inutilizzabili dal logorio a cui erano sottoposte, allora ogni famiglia di pescatori si costruiva questi strumenti indispensabili e necessari per il loro lavoro. Era così importante costruire le “nasse” che in alcune famiglie, composte da tante figlie femmine e pochi maschi, spesso alcune donne non si sposavano per lavorare le “nasse” e permettere al padre e ai fratelli di dedicarsi solo alla pesca consentendo alla famiglia di sopravvivere, anche perchè comprare le “nasse” sarebbe stato molto costoso.

     Il sig.Asaro mi ha raccontato che lui stesso ha imparato da una ragazza rimasta nubile perché nella sua famiglia erano in tante donne con la presenza maschile rappresentata dal padre e da un solo fratello e dato che possedevano una piccola imbarcazione lei si era “sacrificata” non sposandosi  per aiutare la sua famiglia. Il mestiere lo si imparava da piccoli, osservando quelli che lavoravano e imparandone tutti i segreti, poi pian piano attraverso la pratica ne diventavano esperti costruttori. La materia prima per la costruzione della “nassa” è “lu iuncu cioè il giunco; è una pianta che cresce spontanea a “Capo Feto lungo le rive del mare verso ponente ed è molto maneggiabile tanto che c’è un detto mazarese che dice: “calati iuncu chi passa la china” per indicare quanto sia duttile la pianta che si china anche con la piena dell’acqua. La pianta viene falciata e fatta asciugare per otto giorni e poi si inizia a lavorarla. La bravura del nassarolo” è lavorarla quanto è ancora verde perché le nasse sono di qualità migliore in quanto il loro colore si confonde con quello del mare e la nassa risulta più “pescosa”. La lavorazione del giunco è accompagnata da una “avugghia” cioè un’ago particolare che raccoglie il “cannavo" cioè uno spago che serve per legare il giunco.

      Sono tanti i tipi di “nasse” e di diverse dimensioni a seconda del loro uso: ci sono le “nasse” per “li anciddi” cioè per la pesca delle anguille che devono essere lavorate a maglia stretta per non fare “scappare” il pesce e le loro dimensioni variano fino ad arrivare ad un metro di altezza e 40 centimetri di diametro, le “nasse” i pesci più grossi sono le più grandi e possono arrivare ad un’altezza di 2-2,5 metri e fino ad 1 metro di diametro, queste servono per la pesca di “vaiarati”, di orate e di altri pesci di prima categoria e di pezzatura grande molto pregiati e ricercati che garantiscono un maggiore guadagno.
Le più “importanti”, sono le “nasse utilizzate per pescare le “austi e lefani” cioè le aragoste e le astici, questo tipo di “nassa” può raggiungere 1-1,20 metri di altezza e 80 centimetri di diametro e sono lavorate in maniera diversa rispetto alle altre. 
La “nassa” è una specie di “campana forata, formata da tante maglie a seconda dell’uso, ricurva nella base con un’apertura centrale che permette l’entrata del pesce o del crostaceo ma che ne rende difficile l’uscita. Nella parte alta c’è un “coperchio” che si apre per la fuoriuscita del pesce,
all’interno della “nassa” si lega una corda che va da una estremità all’altra e a cui viene messa “l’isca” cioè l’esca che po’ essere formata da “sardi”, “spiccareddi”, “ritunnu” e angiovi”; sono pesci poco pregiati e pesati in grande quantità nei nostri mari dalle imbarcazioni che utilizzano le reti per la pesca “strascico”. 

      Le “nasse” si legano a coppia con una corda e una “mazzara” cioè un masso che permetteva di andare a fondo le nasse che a loro volta con altre piccole corde vengono segnalate all’esterno dell’acqua del mare con dei sugheri e bandierine che permettono al pescatore di individuarle. Vengono buttate in acqua circa 40-50 “nasse”, a seconda della capienza della imbarcazione, formando una “storu” cioè una scia per agevolare il lavoro di recupero. Ci sono due tipi di pesca: quella ad 1 miglio cioè rasente la costa  e in questo caso anticamente si regolavano con la bussola per individuare il punto in cui venivano buttate e poi recuperate le “nasse”. Quando la pesca è buona ogni “nassa" riesce a pescare anche 60-80 KG di pesci pregiati, che arrivando vivi al porto, vengono venduti permettendo un notevole guadagno. Le nasse” vengono gettate al tramonto e riprese all’alba del giorno seguente; il detto è: “l’arbura di sera e l’arbura di mattina” per sottolineare come vanno deposto ad una certa ora per dare i migliori risultati.

      Dopo l’avvento del motore nelle imbarcazioni, i pescatori hanno preferito praticare la pesca a strascico con le reti perché risulta essere più comoda in quanto richiede meno impegno, mento tempo e meno personale. Oggi a Mazara sono poche le persone che continuano la pesca utilizzando le nasse e diceva il sig.Asaro che invece è molto praticata nelle isole di Lampedusa e Pantelleria soprattutto perché il pesce o il crostaceo rimane vivo ed è molto apprezzato dai turisti che affollano le isole e che sono disposti a pagarlo “bene” e questo incita i pescatori delle isole. Al sig.Asaro arrivano commissioni e offerte di lavoro da queste piccole isole ma lui non riesce a soddisfare le richieste vuoi per l’età ma soprattutto per non allontanarsi da Mazara.

      Nella mia città i pochi che  continuano a pescare con le nasse sono solo anziani pescatori esperti ed appassionati, nonostante Il sig.Asaro abbia “trasmesso” il suo mestiere ai suoi figli, uno solo continua, saltuariamente a praticarlo e solo per souvenir destinati agli amici più cari e senza nessun scopo di lucro.

(Articolo gentilmente inviatoci dal nipote del Sig.Vincenzo Asaro

 

 

  
                                                                                      

 

HOME

Cerca nel sito
 
 

© Copyright 2001-2008 MEDIBA Media Communication Software                                  

  Hit Counter