TRADIZIONI, USI E COSTUMI                                       Mazara del Vallo

                                                                                 

                             


La vendemmia nei bagli

A. L. Vinci


   La vendemmia di ieri, era proprio una specie di rituale.

   I preparativi cominciavano verso la seconda metà di agosto, quando il proprietario del vigneto <" lu patruni") prendeva i contatti con gli operai.

   "Fari l'omini", era un operazione che andava fatta con cura ed accortezza, per procurarsi la manovalanza più specializzata: gli operai che meglio sapevano tagliare l'uva ("li vinnignatura"), quelli che erano più veloci nel pestare ("li pistatura"), quelli addetti al trasporto dei cesti al punto di raccolta ("li carricatura di carteddi").

   La vigilia del giorno fissato per l'inizio della vendemmia, tutto è pronto nel cortile del baglio: "la pista" "li tineddi", "lu torchiu". La pista è un'area di m. 2x4, dove viene pestata l'uva. Il mosto che viene fuori da questa prima spremitura va a finire, per mezzo di canaletti, in una di legno interrata detta " 'lu tineddu", mentre l'uva più pestata, che costituisce la pasta d'uva, viene messa dentro il torchio, per essere successivamente pressata. Il torchio è, infatti, un'antica pressa la cui invenzione risale ai Latini, e la sua funzione è quella di schiacciare la pasta d'uva e di spremerla interamente.

   La sera avanti al primo giorno di vendemmia gli uomini andavano a letto molto presto. Dormivano su giacigli di paglia, per alzarsi l'indomani mattina di buon'ora, verso le cinque.

   Ai primi albori è tutto un fervore di preparativi degli attrezzi necessari al lavoro della giornata.
Qualcuno si mette a preparare già la colazione della mattina, che per tradizione è a base di olive e pomodori conditi con abbondante olio, qualche pesce secco arrostito, sardine salate, una cipolla cruda e poi vino a volontà. Raramente il padrone concede una colazione più ricca a base di intingolo con pezzettini di carne o uova e patate  (“la ghiotta").

                      

   Dopo la prima colazione (che viene fatta di solito verso le nove del mattino), riprende il lavoro, ora però con minor lena perché il sole in cielo comincia a salire e il caldo fa sentire più presto la stanchezza ai muscoli.

   Per vincere più facilmente l'afa e la fatica, i vendemmiatori fanno lunghe bevute d'acqua dai " bummuli", dei contenitori di terracotta che mantengono fresca l'acqua anche d'estate.
Verso le quattordici è l'ora della "stagghiata": gli uomini completano i filari iniziati e tornano verso il baglio. Dopo una seconda colazione, più parca di quella del mattino e consumata più in fretta, si torna al lavoro: i vendemmiatori all' "antu", cioè ai loro filari, i pestatori a pigiare e i caricatori a trasportare i cesti.

   Per dare una diversa tonalità di colore al vino, i pestatori, dopo aver pestato l'uva, o la mettono subito dentro il torchio o la lasciano fermentare assieme ai mosto nei "tineddi", secondo che il padrone vuole ottenere un vino dal colore più o meno chiaro. Con l'uva nera, lasciandola alcuni giorni a fermentare con il mosto e poi passando il tutto nel torchio, si ottiene il "ribollito", un vino di colore oscuro dal sapore particolare.

   Ma l'operazione più ricca di vivacità della giornata lavorativa è la “sfossatura"; gli uomini, disposti a catena, seminudi per il caldo spossante, si passano i canestri di pasta d'uva per scaricarli nel torchio, lanciandoseli l'un l'altro in un bagno di mosto. Finita la "sfossatura", il mosto accumulato viene messo nelle botti.

   Comincia allora l'operazione della conta, affidata al pistatore capo, che con il "bigghiolu", un recipiente di legno dalla capacità di dieci litri, comincia a prelevare il mosto dai tini e a versarlo nella botte <"la stipa">. In questa operazione il pistatore capo è aiutato da molti altri, ma è lui solo che conta i "bigghioli", e nella conta sostituisce alcuni numeri con perifrasi prestabilite, per evitare di pronunziare certi numeri che la superstizione popolare non vuole che si pronuncino. Cosi il numero 1, per esempio, viene sostituito dalla perifrasi "In nome di Dio"; il numero 2 dalla perifrasi "In nome della Madonna"; il numero 17 non si pronuncia mai perchè indica disgrazia, e al suo posto si dice: "sedici e uno"; e così di seguito fino a completare 42 "bigghioli", cioè una botte (pari a circa 420 litri).

   Intanto scende la sera, e al tramontare del sole cessa ogni lavoro.

   Un grande  recipiente  d'acqua fuori attende gli uomini per lavarsi, prima di sedersi attorno alla tavola e consumare il pranzo che la moglie del padrone ha preparato.

   Ora essi divorano avidamente, sotto sguardo attento e compiaciuto della massaia, il pasto loro preparato, che sarà ora la "pasta cu li favi" (pasta con le fave) ora "lu sucu di gnocculi" (gnocchi al sugo). Il pasto viene servito in una "maidda" (recipiente in legno dai bordi alti vedi foto) o su ampi piatti rotondi dove mangiano contemporaneamente tre, quattro o persino cinque uomini.
Chiude il pasto un abbondante bevuta dal "valliri" (un recipiente di legno a forma di botte, ma in miniatura), che contiene vino d'annata e che la ciurma, uno dopo l'altro, svuota con allegria.

   Il padrone, intanto non mangia: egli bada al "cotto" che ha bisogno di molte cure. Il "cotto" ("lu vinucottu" dicono i contadini) è un concentrato di mosto che si ottiene bollendo il mosto fresco sino a ridurlo di un terzo del volume iniziale, e che si mescola assieme al mosto nella botte per dare al vino una maggiore gradazione alcolica e un sapore più gustoso. Egli l'ha preparato sin dal mattino, mettendo il primo mosto in un pentolone di rame (“la quarara") a bollire su un fuoco lento e costante. Vi ha aggiunto poi degli aromi che daranno una particolare fragranza al vino: bucce di arancia o di mandarino essiccate, foglie di alloro, cannella.

   Prima che il "cotto" venga tolto dal fuoco, il proprietario vi mette dei frutti di stagione, le mele cotogne ("li cutugna"), che mangerà, una volta cotti, al dolce sapore di miele.

   Gli uomini intanto vanno a dormire, ma il loro sonno sarà interrotto nelle ore notturne. Anche di notte, infatti, bisogna alzarsi per dare un giro di vite al torchio verso la mezzanotte e poi di nuovo verso le tre, per ricominciare all'alba con lo stesso lavoro e con le stesse fatiche del giorno precedente: e così per un paio di settimane, secondo un rito che si ripete puntualmente ogni giorno in tutti i suoi particolari.

   L’ ultimo giorno della vendemmia è programmato in modo che sia meno faticoso degli altri. Il padrone riunisce gli operai attorno al cortile del baglio e distribuisce loro la paga ed un litro di vino a ciascuno, per ogni giornata di lavoro. E' il momento finale. La massaia annunzia che il pranzo è pronto: una grande “abbuffata" di pasta casalinga al sugo di pomodori freschi con melanzane fritte e formaggio "pecorino", oppure con una melanzana di mollica, aglio e basilico ("agghia e muddica"); poi una bella porzione di galletto con la salsa, e quindi vino a volontà. 

   Ora è il momento di salutarsi: ancora un brindisi e poi padroni e operai si abbracciano con l'augurio di rivedersi tutti di buona salute il prossimo anno.

dal libro "Tra storia, leggenda... tradizioni popolari". di A. L. Vinci

 

 

  
                                                                                      

 

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