TRADIZIONI, USI E COSTUMI                                       Mazara del Vallo

                                                                                 

                             


"Lu íornu di li morti"


    

   Il 2 novembre, in Sicilia, si chiama "lu íornu di li morti" o, più diffusamente, "li morti". Nella notte dal 1 al 2 novembre i morti lasciano la loro dimora, nei loro cimiteri, e, in gruppo o alla spicciolata, vanno in città a rubare dolci, giocattoli, scarpe e vestiti nuovi e con l'obiettivo di portarlo ai loro parenti che siano stati buoni nell'anno e che abbiano pregato per loro.

   E'
un furto consentito "perché i soldi non si portano dietro". Il corteo segue quest'ordine: vanno prima coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati, poi i morti per disgrazia, i morti repentinamente e via via, tutti gli altri. Narra una storia che, in una notte fra il 1 e il 2 novembre, un orfano che voleva incontrare suo padre, uscisse solo di casa, girando, pieno di paura. Ad ogni corpo che incontrava, chiedeva: "Veni mè patri?" e l'altro rispondeva: "Appressu... ". I morti, ovviamente, erano tanti finché..., quando già il ragazzo non sperava più di trovarlo ed era vicino ad abbandonarsi alla disperazione, lo trovò e ne ebbe tutto quello che di bello un padre dà al figlio. Da questa racconto allegorico ha origine il modo di dire "Veni mè patri? Appressu!," che si dice quando si incrocia una persona che, a sua volta, ne aspetta un'altra che non arriva mai.

    
   C'è la volontà di far rivivere i morti, rendendoli partecipi della vita, coinvolgendoli nella "festa". Nessuna meraviglia, perciò, che alla commemorazione dei defunti in ogni città, o paesino della Sicilia, si faccia paradossalmente gran festa: scuole chiuse per almeno due giorni, grandi luminarie, bancarelle ovunque stracolme di giocattoli; una festa che può durare anche una settimana e che, per il clima mite, va dall'alba a notte fonda.

   Lo scopo palesemente dichiarato è quello di comprare i giocattoli ai bambini, quei regali che la notte fra il 1 e il 2 saranno abilmente nascosti in casa per essere poi trovati dai bimbi, facendoli un po' penare, in una sorta di caccia al tesoro.


   La sera di Ognissanti i bambini usano l’accortezza di andare a letto presto e dormire; o, almeno, fingere di dormire, cioè tenere gli occhi chiusi. In modo che i morti possano arrivare ed agire indisturbati. Così, mentre i bambini si agitano nervosamente sotto le coperte, nell’appartamento si sentono strani rumori: fruscii, bisbigli, strascinar di sedie. Infine cala il silenzio.

   Nessun bambino oserebbe mai alzarsi ed uscire dalla stanza a guardare in giro: i Morti fuggirebbero via senza lasciare alcun dono. Bisogna attendere l’indomani.

   La mattina del 2 novembre, i bambini s’alzano più presto del solito, già pronti per iniziare a cercare in giro per la casa. Perché i morti non mettono mai i doni a vista; li nascondono abilmente, talvolta camuffandoli in maniera irriconoscibile. Poi, sotto il letto o dietro i libri posti su uno scaffale o in un armadio, in mezzo a vestiti smessi o sotto una pentola capovolta o in uno dei cento altri posti possibili, i doni vengono trovati.

   I doni vengono trovati nei posti più impensati della casa: giocattoli, vestiti e dolci tipici tradizionali, come per esempio la "frutta di martorana" o i pupi di zucchero e i bambini si chiamano mostrando i bei regali e gridando "Ccà sunnu"!

  
La tradizione di preparare pani e dolci per festeggiare la ricorrenza dei defunti risale al III e IV secolo, secondo gli usi dei Romani che indicavano nella fava il cibo dei morti. L’opera plasmante della Chiesa e del tempo ha trasformato il rito romano in una tradizione trasmessa fino ai nostri giorni cosicché anche in Sicilia le testimonianze della Festa dei Morti sono molteplici.

  Ecco che allora la pasticceria siciliana appronta, in quei giorni, una serie sontuosa di frutti di pasta di mandorle - la cosiddetta "pasta reale" - connessi al luttuoso evento o all'auspicata rinascita: e ogni vetrina si fa vanto di esibire ceste di vimini traboccanti di lucidi dolci in forma di mandorla che per la sua precoce fioritura allude alla resurrezione, o di melagrana spaccata e rosseggiante simbolo di fecondità per l'abbondanza dei suoi chicchi, o di fava e di fico dalle forti valenze sessuali.

   Dolci stucchevoli che, a pranzo concluso, ornano tutte le tavole in quel festoso giorno di lutto mentre i bambini non vedono l'ora di alzarsi per trovare i nuovi giochi quelli "lasciati" dai morti.

   Questi dolci che variano da parte a parte della Sicilia sono prevalentemente "pupi di zuccaro" alti almeno venti cm e colorati in tinte vivaci: "Chi ti lassaru li morti?" (Che ti hanno donato i morti) ancora si chiede, alla domanda si risponde come una filastrocca "Un pupu cu l'anchi torti” (un pupo con le gambe storte). Ma che cosa è il pupo? Una statuetta composte da un impasto zuccherino solidificato al forno e colorato a mano. I soggetti rappresentati vanno dai classici Paladini ai personaggi di favole (Cenerentola, Biancaneve e Pinocchio); ma, negli ultimi anni, hanno fatto la loro comparsa anche giocatori di calcio (Ronaldo e Del Piero), i Simpson e i Pokemon e, ultimamente, addirittura Padre Pio. Alcune raffigurazioni sono così artistiche da meritare di rimanere intatte in esposizione: sarebbe un peccato frantumarle per mangiarsele.

   La “Frutta di martorana” - Dolci composti di pasta reale, un misto di farina di mandorle e zucchero, confezionati in forma di frutta di tutti i tipi: arance, banane, castagne, fichidindia eccetera, nati a Palermo, si sono ormai diffusi anche nel resto della Sicilia varcando lo Stretto, sia pure come prodotto di esportazione.

   Il monastero della Martorana era noto per i suoi frutti di pasta di mandorle che prendevano proprio il nome da quell’edificio religioso. Le monache confezionavano frutta di pasta reale di ogni tipo, cercando di imitare alla perfezione quella naturale.
Una leggenda racconta che le monache della Martorana abbiano prodotto frutta di qualità diversa, che si produce in varie stagioni, e che l’abbiano appesa sugli alberi di un piccolo chiostro del loro monastero.

   Infine si va al cimitero a portare fiori ed accendere grossi ceri e lumini accanto alle lapidi, attendendo che siano completamente consumati, prima d’andare via. L’atmosfera è da scampagnata fuori porta. Raro è vedere qualcuno che piange. Si è tutti sereni e sorridenti.
    

 

  
                                                                                      

 

HOME

Cerca nel sito
 
 

© Copyright 2001-2008 MEDIBA Media Communication Software                                  

 Hit Counter