TRADIZIONI, USI E COSTUMI                                       Mazara del Vallo

                                                                                 

                             


L'AURORA

Filippo Napoli

 

    Delle tradizioni religiose di Mazara, resistenti allo spirito innovatore dei tempi, che tende a distruggere quanto di caratteristico conserva ancora il nostro popolo, lo spettacolo dell'Aurora è certamente una delle più spiccate e delle più tipiche.

    Ha luogo la domenica di Pasqua al mattino e vuole festeggiare in mezzo al devoto fervore dei credenti la Resurrezione del Signore, annunziata già fin dal giorno avanti dallo scampanio festoso e sonoro di tutte le chiese. Nella provincia di Trapani solo a Mazara e a Castelvetrano si celebra la funzione dell'Aurora, e pare che anche da noi, come è certo per Castelvetrano, sia stata introdotta dai Padri Carmelitani Scalzi e quindi non prima del 1667, quando cioè quest'Ordine religioso venne a stabilirsi in Mazara nel convento di Santa Teresa. Con nomi diversi e con qualche variante si celebra pure in una ventina di comuni della Sicilia e in alcuni altri della Calabria, dove è chiamata col nome di Affrontata.

    È uno spettacolo sacro che si va sempre più modificando, e anche da noi come altrove non ha più luogo al levar del sole, quando avvenne cioè il divino prodigio, come narrano i sacri testi, ma verso le nove. La funzione si svolge nella piazza principale, dove già fin dalle sette la gente comincia ad affluire e in meno di un'ora la gremisce: sono in prevalenza giovani sposi che si scambiano gli auguri e bambini che tengono fra le mani l'agnellino di pasta reale, che da alcuni anni sostituisce il tradizionale campanaro. Poco prima delle nove un Cristo risorto con manto rosso e bandiera bianca, preceduto da una dozzina di confrati della Compagnia delle Grazie, vestiti con sacco e cappuccio bianco, dalla chiesa di Santa Caterina è portato sotto il cavalcavia della Cattedrale, mentre nello stesso tempo una Madonna, vestita di bianco, ma tutta avvolta in un manto nero e preceduta da alquanti confrati della medesima compagnia, è portata all'imboccatura di via XX Settembre, che sta di fronte. A un dato segno, mentre l'impazienza e l'ansia dell'attesa si fanno più vive tra la folla e mentre i bambini vengono levati in alto per vedere meglio, il Cristo e la Madonna, a cui è stato già tolto il manto nero, sono portati di corsa nel mezzo della piazza e, fermatisi a brevissima distanza l'uno dall' altra, fanno tre inchini in mezzo agli evviva e al tripudio del popolo osannante. Subito dopo si ordina la processione: precedono i confrati, segue il Cristo, a cui tien dietro la Madonna e infine il popolo che, dopo aver percorso le strade principali della città, riconduce le statue alle loro chiese, mentre i parroci in mozzetta e coll' aspersorio, accompagnati da un sagrestano col secchiello dell' acqua lustrale, si preparano alla benedizione delle case, che nella liturgia simboleggia la purificazione della famiglia.

    Le due statue, che da poco sono state cedute alle chiese di Santa Agnese e di Santa Caterina, appartenevano un tempo al canonico Leone, da cui per testamento la statua della Madonna passò a don Ottavio Bianco e successivamente alle famiglie Salerno, Nisi, Ragusa; e quella del Cristo a don Leonardo Bianco e successivamente a Maria Bianco, al sac. Pietro Bianco e infine alla famiglia Mattana, con l'obbligo che il giorno di Pasqua dovevano essere cedute ai confrati della Grazia per la funzione dell'Aurora. E quando una volta, or non è molto, per una ragione poco plausibile, non si volle cedere la Madonna, i confrati seppero far valere il proprio diritto rivolgendosi alle Autorità.

 

    Ma ritorniamo alla funzione dell 'Aurora.

    Prima del 1860 nel bel mezzo della festa tutto ad un tratto dalla via Maestranza, oggi Garibaldi, sbucava un uomo, tutto avvolto in un sacco di tela gialla, su cui anteriormente spiccava uno scheletro dipinto in nero. Portava in mano una falce e una cesta e, seguito da un codazzo di monelli, facendosi largo tra la folla, toglieva ai bambini il campanaro e quant'altro avevano, fra mani, col tacito consenso dei genitori.

    Era la Morte di Pasqua che estendeva la rapina anche nelle botteghe di generi alimentari, dove, passando, pur con discrezio­ne, prelevava sempre qualche cosa.

    Più manieroso, ma meno discreto, era invece in tempi lontani il magister scholae, un prete, a cui, durante le feste del Salvatore, era accordata una facoltà presso a poco uguale a quella della Morte di Pasqua, ma in un campo più vasto, perché poteva affondare le mani anche nei pollai e nelle mandre.

    E in tempi ancor più lontani troviamo il diacono che riceveva l'ordine sacerdotale, il quale si faceva apprestare da parte della cittadinanza, per amore o per forza, il corredo personale completo o, in mancanza, il denaro corrispondente.

    E come per togliere tale abuso intervenne tempestivamente il Sinodo diocesano nel 1575 che sanzionò pene severe, compreso il carcere, per il sacerdote novello che avesse osato etiam a consanguineis sirniles exationes extorquere, così per farla finita con la Morte di Pasqua intervennero i liberali nel 1860, i quali, durante la funzione dell'Aurora di quell'anno, attesero che essa comparisse in piazza per aggredirla, spogliarla del sacco giallo e rimandarla a casa con modi molto persuasivi. Ma il gesto dei liberali non valse a far scomparire l'usanza, la quale durò per pochi altri anni ancora, finché nel 1864, in seguito a un articolo pubblicato in un giornaletto di Castelvetrano e mandato dal corrispondente di Mazara, le Autorità pensarono a farla cessare per sempre ritenendola «un oltraggio al progresso, alla civiltà e alla pura religione di Cristo»

    Chi per l'ultima volta indossò il sacco giallo della Morte di Pasqua fu certo Rosario Pisano, un contadino lungo, allampanato e magro, il cui nome rimase per alcun tempo proverbiale in mezzo al popolo per indicare una persona con la tendenza a rapire. Ma le modificazioni continuano ancor oggi: così non vediamo più il ripetersi dello spettacolo tra i contadini in via Madonna del Paradiso, né vediamo più i piccoli venditori ambulanti di cubaida sbucare a frotte dalla via Garibaldi e mescolarsi tra la folla gridando con accento bronzino:   

                                        A un granu dui pezza

                                                      Si la manciaru!  

                                                          E va viditi 

                                                     Chi sorta di pezza   

    Il gaio spettacolo dell'Aurora è ricordato anche da alcuni modi di dire comuni nel nostro popolo.

1. - Sarvatìllu pi la matina di Pasqua (conservalo per il mattino di Pasqua) si dice di un qualsiasi capo di vestiario fuori uso, più spesso di un cappello, perché era proprio durante la funzione dell'Aurora che apparivano certi cappelli d'uomo e certi scialli di donna dai colori assai vivi che si vedevano solo in quella ricorrenza.

2. - Fìciru la rora (hanno fatto l'Aurora) si dice di due persone che non si vedono da tempo e che corrono l'una incontro all'altra a braccia aperte, come il Cristo e la Madonna dell'Aurora.

3. - Pari la Morte di Pasqua (sembra la Morte di Pasqua) si dice di una persona pallida e deperita per lunga malattia. 

Campanaro = Piccola ciambella di farina di maiorca, spalmata di cilata e con un uovo sodo tinto in rosso nel mezzo.   

«Municipio e patria» = Giornale del Circolo patriottico di Castelvetrano, n. 7, i Aprile 1864.

2 Cubàida o cubarda = dolce di origine araba, fatto di miele e sesamo, che veniva fornito in piccole fette sottili, allungate e ritorte sull'asse o in torroni.

3 Se l'a sono mangiata a due pezzi un grano (due centesimi) - Venite a vedere che sorta di pezzi.


  

  
  (tratto da Folklore di Mazara - Filippo Napoli - 1934)

 

  
                                                                                      

 

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